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Una stretta vestita da svolta

Più che una “svolta”, sembra la solita “stretta”. Come ogni intervento deciso dall’Europa in tema di banche e vigilanza sul credito, anche il nuovo piano di azione sui crediti in sofferenza nasconde il pugno di ferro sotto il guanto di velluto.

Continua da pagina 1 Una rilettura attenta dell’accordo sugli NPL e sulla vigilanza bancaria raggiunto martedì all’Ecofin conferma infatti la distanza tra realtà europea e aspettative europeiste: le regole continuano ad essere uguali per tutti, ma la soluzione ai problemi resta nazionale. Malgrado l’enfasi posta sull’accordo e i toni trionfalistici delle istituzioni, l’Europa non ha avuto infatti il coraggio e la determinazione per risolvere alla radice e in modo condiviso i due veri ostacoli all’Unione bancaria: la condivisione della garanzia sui depositi e l’eccesso dei crediti in sofferenza. Sul primo fronte lo stallo è già totale da tempo – la Germania non intende farsi carico dei rischi altrui – mentre sul secondo fronte si sperava in posizioni più flessibili. In realtà, è accaduto il contrario: dietro ciascuno dei 4 punti fissati nel piano europeo c’è una filosofia dirigista e rigorista che invece di riportare stabilità nel sistema complessivo rischia solo di approfondire il divario tra sistemi bancari nazionali. Prendiamo ad esempio la questione delle bad bank. L’Italia, con il sostegno della Bce e soprattutto dell’Eba, ha cercato in ogni modo di convincere i partner che la migliore soluzione allo smaltimento dei crediti-tossici fosse la creazione di una Sgr sovrannazionale con risorse sufficienti per rilevare i 1.000 miliardi di Npl che strozzano le banche europee. La questione è stata affrontata ripetutamente in sede europea (e persino all’Ecofin informale dell’aprile scorso a Malta) ma alla fine ha poi prevalso la linea tedesca: niente Bad bank federali, ma solo bad bank nazionali poste sotto la stretta sorveglianza delle autorità monetarie europee. Nel piano di azione, infatti, è scritto chiaramente che ogni Paese avrà il diritto di costituire un’asset management company per gli NPL, ma che nessuno avrà il diritto di acquistarli sulla base delle proprie esigenze nazionali: prezzi più alti della media di mercato (ma quale mercato non è noto) si tradurrebbero in aiuti di Stato. Non a caso, sarà proprio l’Europa a fissare arbitrariamente il tabellario dei prezzi, con parametri che difficilmente rispecchiranno le condizioni dei singoli mercati nazionali.
Altrettanto pericolose – soprattutto per l’Italia – sono le regole pensate per evitare futuri accumuli di NPL. Alla Commissione è stato chiesto infatti di dare alla Bce all’Eba il potere di ordinare accantomenti aggiuntivi agli istituti che prestano troppo e soprattutto ricapitalizzazioni straordinarie alle banche che presentano nei loro bilanci prestiti in sofferenza giudicati eccessivi o solo potenzialmente a rischio di default. E come se tutto ciò non bastasse, le autorità europee potranno avere diritto di esame (anche ex ante) sulla qualità del credito concesso a famiglie e imprese.
Per concludere, insomma, come sui derivati finanziari in bilancio, anche sulla questione delle sofferenze le azioni europee hanno due chiavi di lettura, ormai quasi inconciliabili: una di natura politica che punta a presentare un’Europa capace di affrontare unita le crisi, l’altra di natura tecnica, rappresentata dall’incapacità di affrontare e risolvere con un approccio flessibile problemi e criticità di carattere nazionale e settoriale. Per l’Italia, già costretta a farsi carico dei salvataggi bancari con l’intervento dello Stato, la morale è chiara: ogni strappo alle regole diventa un dazio da pagare all’Europa.

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