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Stretta Ue sulle società di investimento

In vista dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione, la Commissione europea ha annunciato ieri una riorganizzazione della vigilanza delle società d’investimento.
In buona sostanza, il progetto legislativo prevede che le aziende più grandi e sistemiche vengano sorvegliate come le banche. La maggioranza delle società d’investimento sarà invece vigilata secondo regole semplificate, che ridurranno i costi amministrativi.
«Le nostre regole – ha detto il vice presidente dell’esecutivo comunitario Valdis Dombrovskis – devono essere proporzionate e legate ai rischi. Le società d’investimento più piccole beneficeranno di requisiti più semplici, più in linea con il loro profilo di rischio. Nel contempo, le società più grandi, tali da porre gli stessi rischi di una banca, saranno regolamentate e vigilate alla stregua degli istituti di credito».
Si calcola che nel’Area economica europea, la quale oltre ai paesi membri dell’Unione raggruppa alcuni stati vicini, vi siano circa 6mila società d’investimento. Attualmente, queste aziende, alcune delle quali particolarmente grandi, sono vigilate secondo le stesse regole spesso complesse applicate agli istituti di credito. Con il progetto legislativo presentato ieri, la Commissione europea vuole adattare la sorveglianza alle specificità delle società d’investimento.
L’obiettivo è di ridurre le incombenze delle società più piccole, mentre quelle più grandi verranno trattate come un qualsiasi istituto di credito.
Di conseguenza, la Banca centrale europea, che oggi vigila sulle banche sistemiche, avrà il compito di monitorare anche le società d’investimento più grandi, vale a dire quelle con un patrimonio superiore a 30 miliardi di euro e che sottoscrivono l’impegno di acquistare titoli invenduti nel caso di collocamento sui mercati (underwriting in inglese).
Secondo la proposta comunitaria, le società d’investimento più piccole saranno di due tipi. Nella prima categoria, vi saranno aziende con un patrimonio superiore a 1,2 miliardi di euro o un fatturato lordo di almeno 30 milioni di euro, oppure con ordini in contante di almeno 100 milioni di euro al giorno o di almeno 1 miliardo di euro nel caso di derivati. Alla seconda categoria apparterranno tutte le società d’investimento che non raggiungono questi livelli.
Naturalmente, i requisiti patrimoniali e le regole di vigilanza cambieranno a seconda dell’importanza delle singole società d’investimento. «La proposta dovrebbe ridurre i costi amministrativi. I requisiti aggregati di capitale non dovrebbero cambiare significativamente», nota la Commissione europea nella documentazione pubblicata ieri.
La proposta andrà discussa e approvata dal Parlamento e dal Consiglio.
Un periodo di transizione di 18 mesi è previsto dopo l’approvazione.
Con la sua iniziativa, la Commissione europea vuole porre un nuovo tassello al progetto di unione dei mercati di capitale, regolamentando con maggiore efficienza le società d’investimento e permettendo loro di finanziare più facilmente l’economia reale.
Peraltro, molte di queste aziende hanno sede oggi a Londra, ma saranno chiamate a trasferirsi sul continente se vorranno continuare ad avere accesso al mercato unico dopo l’uscita del Regno Unito dall’Unione prevista nel 2019.
Nella sua conferenza stampa di ieri, il vice presidente Dombrovskis ne ha approfittato per sottolineare i rischi delle criptovalute, come il bitcoin.
Ha chiesto all’Autorità bancaria europea (Eba) e all’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati (Esma) di avvertire dei pericoli insiti nelle contrattazioni di questo tipo «alla luce dei recenti sviluppi del mercato», perché «ci sono chiari rischi per investitori e consumatori, associati alla volatilità dei prezzi».

Beda Romano

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