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Una stretta sulle finte residenze

Passare le vacanze estive in una certa località non basta per prendervi la residenza anagrafica. Il concetto di dimora abituale presuppone infatti due elementi: uno soggettivo che è quello della volontà e uno oggettivo dato dalla presenza continuativa in un determinato luogo. Ad affermarlo è stata la 6ª sezione civile della Cassazione con la sentenza n. 13241/18, depositata ieri.La Suprema corte ha respinto il ricorso di una cittadina che si era vista negare da un comune abruzzese l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente. Il tribunale di Ortona aveva validato la decisione del prefetto di non concedere la residenza, a seguito dei «ripetuti accertamenti negativi» eseguiti dai pubblici ufficiali municipali presso l’indirizzo indicato nell’istanza.

La difesa della ricorrente era basata su una serie di eccezioni. Primo, a causa di impegni lavorativi a Roma, l’aspirante residente aveva chiesto al comune di effettuare i controlli in loco dal giovedì alla domenica. Secondo, il giudice di merito non aveva sufficientemente considerato, nella verifica della sussistenza del requisito di dimora abituale, la volontà del soggetto.

Anche la Corte d’appello de L’Aquila rigettava il gravame, sottolineando come la volontà del richiedente debba «pur sempre desumersi dalle consuetudini di vita e dalle relazioni sociali che, nella specie, non indicavano alcun radicamento della signora nel territorio del comune». Il diniego della residenza era stato infatti emesso dopo che i vigili, oltre a non trovare nessuno in casa, avevano ricevuto conferma dai vicini che l’appartamento era disabitato, come confermato dall’accumularsi della posta nella cassetta e dalle dichiarazioni dell’amministratore di condominio. Inoltre, uno degli accertamenti infruttuosi si era svolto proprio un giovedì.

Sulla base di tali circostanze, gli ermellini confermano il verdetto dei primi due gradi. Non è sufficiente per la ricorrente aver ritirato nell’ufficio postale cittadino due raccomandate, né avere esibito in giudizio alcune fatture relative al consumo delle utenze domestiche. Allineandosi a quanto già affermato con la sentenza n. 25726/2011, la Cassazione evidenzia che «la residenza di una persona è determinata dall’abituale e volontaria dimora in un determinato luogo», che si caratterizza «per l’elemento oggettivo della permanenza e per l’elemento soggettivo dell’intenzione di abitarvi stabilmente».

Ferma restando l’impossibilità per i giudici di legittimità di valutare nuovamente e autonomamente gli atti di causa, il ricorso viene dichiarato inammissibile e la parte privata condannata anche a pagare le spese processuali.

Valerio Stroppa

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