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Stretta sulle false lettere d’intento

Alleggerito dell’obbligo di comunicare al fisco le lettere d’intento, il fornitore dell’esportatore abituale resta al centro dell’attenzione dei giudici. È questo il senso delle prime pronunce 2015 della Cassazione sul tema della responsabilità di chi vende beni o presta servizi senza applicare l’Iva, in presenza di una lettera d’intento ideologicamente falsa.
L’ordinanza 176/2015 e la sentenza 4593/2015 (riguardanti vicende ante Dlgs 175/2014) alzano l’asticella oltre la quale la transazione è “al riparo dal fisco”, precisando che è in regola solo l’operatore che ha adottato tutte le misure ragionevoli per assicurarsi di non partecipare alla frode commessa dal falso esportatore abituale.
Escluso, in base alla giustizia europea, che la disciplina delle lettere d’intento punti a deresponsabilizzare il fornitore, come forse poteva argomentarsi in passato (Cassazione, 4694/2011) e assodata la responsabilità di chi è consapevolmente coinvolto nell’evasione (Cassazione, 28948/2008), i giudici sembrano rivolgersi alla platea degli operatori onesti.
Sul punto, i principi sono chiari. A livello comunitario:
anche se non esiste un sistema di responsabilità oggettiva (causa C- 384/04), il diritto di detrazione – o la non imponibilità – possono essere negati se, alla luce di elementi oggettivi, l’amministrazione fiscale dimostra che il soggetto passivo sapeva o avrebbe dovuto sapere dell’operazione fraudolenta (C-80/11 e C-142/11);
non rileva il fatto che il soggetto passivo ne tragga beneficio (C-285/11);
non rileva il rispetto delle condizioni formali (C-131/13, C-163/13 e C-164/13).
Tali canoni sono fatti propri dal giudice nazionale, il quale, tuttavia, precisa che l’ufficio non deve produrre prove certe e incontrovertibili (Cassazione, 23560/2012). Bastano le presunzioni semplici (gravi, precise e concordanti) purché espongano elementi oggettivi indizianti, tali da mettere in allarme qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto. Ossia, proprio come prevede la sentenza 4593/2015, il contribuente si espone al recupero dell’imposta (e al pagamento delle sanzioni) se il fisco fornisce attendibili riscontri indiziari idonei ad allertare, secondo criteri di elementare diligenza, un imprenditore con queste caratteristiche. Nello stesso senso, la risoluzione 71/E/2014 che, trattando della prova del trasferimento nelle cessioni intracomunitarie, conferma la necessità di adottare la diligenza dell’operatore commerciale professionale nel pesare l’affidabilità della controparte (Cassazione, 13457/2012).
Partendo dalle sentenze, si può pensare ad alcune buone prassi idonee a segnalare anormalità, rilevate le quali, il fornitore è libero di scegliere se non fare l’operazione, o approfondire la verifica di correttezza sul cliente, o esporsi (sapendolo) a possibili contestazioni.
Controllare l’anzianità del cessionario/committente. Non può essere esportatore abituale chi non ha alle spalle almeno un periodo d’imposta.
Verificare il tipo di attività. Un controllo del codice attività potrebbe indurre a dubitare della qualifica del cliente.
Una visura al registro imprese, potrebbe segnalare altre anomalie. La mancata presentazione dei bilanci, l’assenza di unità locali o quella di dipendenti, di beni strumentali e di strutture organizzative (Cassazion 12961/2013), dovrebbero insospettire.
L’uso di mezzi di mezzi di pagamento “insoliti” (contanti, assegni girati o circolari) è un indice da valutare, soprattutto se non sono quelli abitualmente accettati dall’impresa.
L’assenza di trattative sui prezzi proposti è un altro elemento che può far dubitare, magari quando si è soliti accordare sconti alla clientela.

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