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Stretta sul ritiro dal lavoro Così le ipotesi per Bruxelles

 di Mario Sensini

ROMA — «Non ho fretta, il decreto per sviluppo lo vareremo quando sarà convincente», diceva il premier appena giovedì scorso. Dopo tre giorni, e un vertice europeo drammatico, l'urgenza cresce in modo esponenziale, così come l'esigenza di approvare misure serie non solo per la crescita, ma anche per blindare i deboli conti pubblici dell'Italia, redarguita dalla Ue con la stessa enfasi usata per la Grecia. A cominciare dalla riforma delle pensioni.
Il piano potrebbe essere approvato già oggi dal Consiglio dei ministri, in tempo per essere presentato a Bruxelles mercoledì, quando i capi di Stato e di governo torneranno a riunirsi. Insieme agli interventi sulla previdenza potrebbero essere varate altre misure già abbozzate e accantonate, e che in questa fase di emergenza potrebbero resuscitare. Come la patrimoniale e la liberalizzazione degli ordini professionali per accompagnare le misure già studiate per il decreto sviluppo: la semplificazioni dei controlli sulle imprese, la decertificazione, l'abrogazione di leggi che limitano la libertà d'iniziativa, le agevolazioni sul lavoro part-time e sull'apprendistato, l'accelerazione delle infrastrutture e l'anticipo della riforma fiscale. Lo snodo cruciale sarà, però, la nuova, ennesima, riforma delle pensioni. Da fare più per dare credibilità, che non per fare cassa.
L'aumento progressivo dell'età per raggiungere la pensione di vecchiaia è già assicurato dall'agganciamento "automatico" alle aspettative di vita, con il primo adeguamento in programma nel 2013. Potrebbe essere accelerato di un anno, al 2012, ma tra questo ed il gioco delle "finestre" l'età minima di 67 anni evocata ieri a Bruxelles per la pensione di vecchiaia, in Italia, è già di fatto una realtà. I veri problemi sono l'età di pensione delle donne e, soprattutto, le pensioni di anzianità.
L'innalzamento dell'età pensionabile delle donne nel settore privato da 60 a 65 anni è già previsto, ma con un percorso progressivo molto lento, che si concluderà solo nel 2032. Per le donne occupate nel pubblico impiego lo scatto dai 60 ai 65 anni è avvenuto dalla sera alla mattina, nel 2010, e a questo punto non si esclude più di adottare lo stesso criterio nel privato.
L'altro vero nodo è quello delle pensioni di anzianità, che consentono a chi ha iniziato molto presto a lavorare, ed ha almeno 40 anni di contributi versati, di andare in pensione a 57, 58 anni. Restando a carico del sistema per ancora lunghissimo tempo. Per risolvere il problema, che pesa non poco sulle casse previdenziali, si torna quindi a ragionare su tutti i possibili disincentivi per scoraggiare le uscite anticipate. Come il passaggio secco al sistema di calcolo della pensione basato sui contributi effettivamente versati: chi aveva già 18 anni di contributi nel '96 può ottenere l'uscita anticipata calcolando l'assegno con il sistema misto "retributivo-contributivo". Una delle ipotesi sul tavolo è quella di passare direttamente al sistema retributivo.
Se anche fosse in questi termini, e sarebbe durissima, la riforma delle pensioni non porterebbe granché nelle casse dello Stato nel 2012. Nel 2013 il gettito potrebbe essere di 2 o 3 miliardi di euro, per salire con il tempo. La riforma servirebbe a blindare i conti pubblici futuri. Ma non a ridurre il debito. Per quello si pensa piuttosto alla dismissione degli immobili pubblici, ma anche alla tassazione dei capitali italiani detenuti in Svizzera.

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