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Stretta sui legali stabiliti

Gli ordini stringono le maglie sugli avvocati stabiliti. Niente «sotterfugi» o abbreviazioni nello spendere la qualifica di «stabiliti» (che non può diventare S. o stab.) e sempre affiancati dal «tutor», avvocato abilitato, nell’esercizio delle prestazioni giudiziali.
A precisare i limiti entro i quali un avvocato stabilito, iscritto nella relativa sezione speciale dell’albo di un qualsiasi ordine forense italiano, può esercitare la professione in Italia, è una circolare (n. 70 del 28 settembre scorso) dell’Ordine forense di Bologna, guidato da Giovanni Berti Aroaldi Veli. Dove, in particolare, viene posto l’accento su come viene utilizzato il titolo e sull’esercizio dell’attività professionale. Anzitutto, ricorda infatti la circolare, «l’avvocato stabilito non può in alcun modo spendere in Italia il titolo di avvocato, ma esclusivamente quello conseguito nel paese europeo d’origine (art. 4 del dlgs n. 96/2001)». Quindi il titolo sarà quello di «abogado» nel caso di laurea omologata in Spagna, oppure «avocat» nel caso in cui sia stata omologata in Romania. Ma non finisce qui. L’Ordine di Bologna precisa ancora, sulla base delle segnalazioni pervenute, che il titolo italiano non può essere speso nemmeno in forma abbreviata (tipo «avv.») e non può essere utilizzato negli atti, nelle lettere, nella carta intestata e nell’indirizzo e-mail o Pec (l’ordine rinvia al parere del Cnf n. 72 del 22 ottobre 2014). Inoltre, continua la circolare, la qualifica di «stabilito» deve essere chiaramente indicata e non può essere limitata alla «sola indicazione, dopo il titolo di avvocato, della lettera “S” ovvero dell’abbreviazione “stab.”, trattandosi di segni che la gran parte del pubblico non ha strumenti conoscitivi per interpretare». In questo caso, l’Ordine fa riferimento alla sentenza del Cnf n. 115 del 26 settembre 2014. Per quanto riguarda l’esercizio delle prestazioni giudiziali, invece, l’Ordine ricorda quanto disposto dall’art. 8 del dlgs n. 96/2001, ovvero che «l’avvocato stabilito deve agire d’intesa con un professionista abilitato a esercitare la professione con il titolo di avvocato, il quale assicura i rapporti con l’autorità adita o procedente e nei confronti della medesima è responsabile dell’osservanza dei doveri imposti dalle norme vigenti ai difensori. L’intesa deve risultare da scrittura privata autenticata o da dichiarazione resa da entrambi al giudice adito o all’autorità procedente, anteriormente alla costituzione della parte rappresentata ovvero al primo atto di difesa dell’assistito». Tale affiancamento, però, come chiarito dal Cnf in tre diversi pareri (n. 32/2012, 53/2013 e 68/2014), non può essere esercitato «in via generale», ma tale integrazione di poteri deve essere fornita «per ogni singola procedura; di conseguenza, l’avvocato affiancante non può e non deve essere indicato con efficacia generale, ma in relazione alla singola controversia trattata».

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