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Stretta finale sul fiscal cliff

Trattano a porte chiuse, lontano da sguardi indiscreti. Segno che la ricerca di un accordo in extremis sul Fiscal cliff, su aumenti delle tasse e tagli di spesa, è diventata seria, molto seria. Il presidente Barack Obama e la sua nemesi, il leader repubblicano della Camera John Boehner, si sono gettati a capofitto in negoziati a oltranza: ieri, nonostante il presidente fosse appena rientrato dalla tragica cerimonia per il massacro di Newtown, hanno lavorato sul primo vero spiraglio di compromesso con l’obiettivo di evitare al paese almeno nuovi drammi economici. A rilanciare la corsa verso un’intesa è stata una svolta di Boehner: ha spezzato il tabù contro incrementi delle aliquote sui redditi più elevati. E ha offerto ai democratici un’altra concessione: l’innalzamento immediato del tetto sul debito federale. Quella possibilità di indebitarsi, cioè, che consente al governo di operare e evitare default ma è oggi ferma a 16.934 miliardi e potrebbe scatenare crisi tra febbraio a marzo, quando il tetto sarà raggiunto.
Boehner ha accettato incrementi delle aliquote sui redditi oltre il milione di dollari l’anno, innalzando le nuove entrate fiscali in dieci anni nei piani dei conservatori a mille miliardi. Le aliquote per i redditi interessati – lo 0,3% del totale, circa 433.000 stando al Tax Policy Center – tornerebbero al 39,6% dall’attuale 35% generando 460 miliardi. Finora aveva proposto 800 miliardi in nuovi introiti grazie unicamente all’eliminazione di deduzioni.
Obama chiede in realtà di più: il presidente ha finora insistito su 1.400 miliardi di entrate federali generate da aumenti delle aliquote per tutti i redditi familiari superiori ai 250.000 dollari. Auspica inoltre investimenti in infrastrutture da 50 miliardi e un’estensione dei sussidi di disoccupazione da 150 miliardi. Boehner, da parte sua, vuole in cambio delle aperture garanzie di mille miliardi di tagli alla spesa pubblica invisi ai democratici: da programmi quali la sanità per gli anziani, Medicare, alle pensioni, Social Security. Per alzare senza indugi il tetto sul debito, inoltre, propone ulteriori risparmi che compensino la manovra.
La discussione di ieri tra Obama e Boehner alla Casa Bianca, durata 45 minuti, ha però suscitato ottimismo anche sui mercati finanziari, sostenendo la Borsa. In gioco, hanno fatto sapere entrambi i leader, è «una equilibrata riduzione del deficit». Entrambi i loro piani puntano a circa duemila miliardi di nuove riduzioni del debito in dieci anni. E l’urgenza di una soluzione è riconosciuta da tutti: il mancato accordo entro fine anno farebbe scattare riduzioni di spesa e imposte per quasi 600 miliardi da gennaio, uno shock che farebbe precipitare l’America in recessione. Un’impasse potrebbe anche spingere le società di rating a tagliare il voto sul debito sovrano americano, già ridotto l’anno scorso da Standard & Poor’s. Il rischio del fiscal cliff è stato denunciato la scorsa settimana dallo stesso governatore della Federal Reserve Ben Bernanke nella sua ultima conferenza stampa del 2012. E la Corporate America da tempo invoca intese che evitino danni al business e frenate negli investimenti privati.
Gli ostacoli da superare tengono ancora gli operatori economici e finanziari con il fiato sospeso. Qualunque compromesso rischia di essere complesso e composto di due “capitoli”, misure rapide e riforme fiscali da annunciare in dettaglio nel 2013. Il presidente dovrà convincere i democratici a cedere sulla spesa pubblica; Boehner dovrà convertire numerosi repubblicani che in passato si sono opposti strenuamente a significativi aumenti delle tasse. Obama ha tuttavia visto la sua influenza crescere con la vittoria elettorale. E Boehner ha maggior controllo sul proprio partito da quando la sconfitta alle urne gli ha permesso di emarginare gli esponenti più radicali. Per evitare tensioni interne Boehner potrebbe evitare un voto alla Camera su nuove imposte, limitandosi a lasciar scadere a fine anno come previsto gli sgravi sui redditi milionari. Sgravi generalizzati in vigore dalla presidenza di George W. Bush dovrebbero essere invece facilmente confermati per il 98% degli americani.

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