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Stretta in Europa e Usa ai social network

A Menlo Park, sede del quartiere generale di Facebook, l’aria è pesantissima. Il fuoco incrociato che nelle ultime ore si è scatenato contro il social network di Mark Zuckerberg segna un passaggio netto nella storia digitale dell’ultimo decennio. E non è un caso che proprio il ceo del colosso da due miliardi di utenti sia finito nel mirino della critica, con richieste di chiarimenti che arrivano dall’Europa ma anche dagli stessi Stati Uniti.
Eppure il caso è tutt’altro che chiaro, e forse anche per questo che Zuckerberg tarda a parlare. Se è vero che lo scandalo Cambridge Analytica ha aperto uno squarcio importante nel mondo dei dati, ponendo l’Europa e gli Stati Uniti davanti a interrogativi pesanti, è altrettanto chiaro che una condotta illegale ancora non esiste. O quanto meno non è chiarissima.
Un muro di gomma
Cambridge Analytica è sospettata di aver utilizzato i dati di 50 milioni di utenti, raccolti attraverso una App per scopi accademici, a fini elettorali. Potrebbe averli usati nelle campagne, entrambe vincenti, pro Brexit e pro Trump. Ad alimentare i sospetti c’è un fatto: l’azienda con sede a Londra appartiene al gruppo SCL, ed è di proprietà del miliardario Robert Mercer, noto per aver sostenuto diverse campagne di candidati conservatori in giro per il mondo. Nel 2014, ai vertici della società c’era Steve Bannon, il celebre spin doctor di Donald Trump, ideologo della destra radicale che ha portato il tycoon alla Casa Bianca. Ma il vero punto su cui si stanno focalizzando politici e garanti è la raccolta, e qui entrano in gioco le fondamenta di Facebook. Il social network basa la sua piattaforma sui dati degli utenti, e ne fa un business gigante (nel 2016 ha chiuso il bilancio con un fatturato da 27,64 miliardi di dollari). I dati finiti nelle mani di Cambridge Analytica erano stati raccolti attraverso una App, uguale a mille altre presenti online. E questo pone l’intera vicenda davanti a un muro di gomma, dove probabilmente le leggi attuali pagano la loro inadeguatezza davanti al mondo digitale.
Nuove regole in Ue e Usa
Questo “incidente”, tuttavia, apre una discussione importante sul processo di revisione dei sistemi volti a tutelare la privacy degli utenti. In questo senso, in Europa dal prossimo 25 maggio diventerà applicabile il General Data Protection Regulation (GDPR), che di fatto è un quadro normativo con regole più stringenti sul trattamento dei dati personali e con un impianto sanzionatorio importante. Un regolamento più adatto alle nuove esigenze e al mondo arzigogolato dei dati. La raccolta delle informazioni, in Europa, diventerà “esplicita”, ovvero potrà essere effettuata solo dopo un esplicito consenso da parte del consumatore. In altre parole: i siti che oggi prelevano i dati con una facilità disarmante, con il nuovo regolamento europeo non avranno più vita facile. Negli Stati Uniti, invece, il quadro rimane più complesso, con normative che differiscono da settore a settore e diritti degli utenti più morbidi. Da questa partita rimangono fuori, invece, due attori mondiali di punta: Cina e Russia. In entrambi i Paesi, Facebook non ha sfondato. In Russia gli utenti preferiscono il locale VKontakte, mentre in Cina il social di Mark Zuckerberg è addirittura fra i siti censurati dal governo.
Il capitolo fake news
Dati a parte, la stretta sui social network è appena cominciata. E lo si intuisce dalle parole del Garante Ue per la privacy, Giovanni Buttarelli, che ha tirato in ballo l’annoso e irrisolto problema delle fake news e delle campagne d’odio, altra spada di Damocle per Facebook. Proprio fake news e campagne d’odio sono state al centro delle critiche che hanno travolto Zuckerberg qualche mese fa, quando è lo scandalo Russiagate è piombato sulle elezioni americane. Ed è chiaro che la vicenda Cambridge Analytica, adesso, rincari una dose che diventa pesantissima.
Le ferite aperte
In tutto questo, Facebook ha numerosi contenziosi aperti con diversi stati Europei. Dal Belgio alla Francia, fino alla Germania e all’Italia. Ognuno di questi casi è nato a causa di una raccolta dati smisurata che non ha mai convinto abbastanza, o per l’utilizzo dei dati stessi, che in alcuni casi sono stati condivisi con WhatsApp attirando le attenzioni del Garante. Oggi lo scandalo Cambridge Analytica dà uno spessore diverso alla vicenda. E forse la prima risposta che arriva da questa storia è che per il macrocosmo dei social network è arrivata l’età della maturità. Quella dove c’è bisogno di responsabilità chiare e precise.

Biagio Simonetta

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