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Stretta della Ue su short selling e Cds

di Vittorio Carlini

Stretta sui Credit default swap (Cds) sul debito sovrano. Di più: giro di vite sullo short selling «nudo» di bond governativi e azioni. Sono queste le linee guida dell'intesa raggiunta ieri tra il Parlamento Ue, la Commissione e il Consiglio europeo sul fronte caldo della speculazione finanziaria. L'accordo, in primis, stabilisce che l'investitore non potrà più acquistare Cds fino a quando non possiede il titolo di stato sottostante, oppure l'asset che si muove con esso. Il divieto, evidentemente, ha lo scopo di impedire che il derivato sia sfruttato come una «scommessa» contro il debito del paese interessato e non quale copertura per l'eventuale sua insolvenza. Proprio quest'ultima caratteristica (positiva) viene comunque salvaguardata nell'accordo: gli Stati, infatti, possono ricorrere ad una clausola di esenzione («opt out») del divieto stesso. Quando? Nell'ipotesi in cui l'obbligo non permetta il giusto funzionamento del mercato del debito sovrano (spread troppo elevati o alti tassi d'interesse) e possa avere un impatto sul costo del finanziamento dei governi. Il periodo iniziale dell'opzione potrà raggiungere l'anno, rinnovabile poi fino ad altri 6 mesi.

Ma non è solo il Cds «nudo». L'intesa di Bruxelles prevede anche nuovi poteri ai regulator nazionali, oltre che all'European Securities and Market Authority (Esma), per vietare le vendite allo scoperto. Sul fronte delle azioni, ad esempio, da un lato ci saranno più stringenti requisiti d'informazione sulle posizioni short «significative»; dall'altro, in determinate condizioni, l'Esma avrà la possibilità di restringere temporaneamente le vendite allo scoperto.

Quando il pacchetto entrerà in vigore (l'iter dovrebbe concludersi nel luglio 2012), «i regulator – ha detto Michel Barnier, Commissario Ue al mercato interno – avranno i poteri per gestire eventuali rischi sulla stabilità del mercato».

Già, la stabilità del mercato. Le linee guida dell'intesa, che sul fronte dei Cds sono state volute con forza da Germania e Francia, si inseriscono in un'età d'incertezza delle Borse. Un contesto di difficoltà dove diversi attori, a torto o a ragione, sono stati accusati di aumentare l'instabilità. Tra questi gli hedge fund.

In una recente ricerca dell'Edhec-Risk Institute, salta fuori che proprio la strategia sullo short selling è stata la più profittevole: in settembre, gli hedge focalizzati sulle vendite allo scoperto hanno messo a segno una performance dell'8,14 per cento; da inizio anno, invece, il ritorno sull'investimento è del 13,4 per cento. Si tratta di performance nettamente migliori rispetto a quelle legate, per esempio, ai mercati emergenti (-6,7% in settembre), ad asset problematici (-4,12%) o arbritaggi con bond convertibili (-2%). Uno scenario che, giocoforza, induce in molti un leit motiv: questa tipologia di fondi, al di là del fatto che sfrutta le difficoltà dei mercati, può dar luogo problematiche di sistema.

La critica, tuttavia, per molti non regge. «La performance in questione – sottolinea Stefano Gaspari, ceo di Mondo Hedge – è la naturale conseguenza del calo delle Borse: chi ha una strategia short non potrà che beneficiarne». Il rischio, però, è anche quello di amplificare i ribassi. «Si tratta di un falso mito. Bisogna tenere in conto l'ampiezza delle masse gestite dagli hedge. Ebbene, non sono sufficienti a condizionare con forza i listini». La discussione, insomma, continua. Da ieri, però, un primo passo verso un maggiore controllo è stato fatto.

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