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Stretta del credito sulle piccole imprese

Tassi in salita e concessione dei prestiti alle imprese in caduta: la forbice, tipico segnale del credit crunch, è tornata ad allargarsi. Questa volta con una difficoltà in più per le aziende: dopo aver colpito gli investimenti, ora la crisi di liquidità ha contagiato anche la cassa.
La nuova stretta fa più paura perché alla radice non c’è solo la ripresa sempre più timida e lontana dell’economia reale. C’è anche il maggior rigore richiesto dai regolatori alle banche sugli accantonamenti, proprio nel momento in cui si trovano a dover fronteggiare – sempre per causa della crisi – volumi di sofferenze decisamente superiori al passato anche più recente. I primi segnali del nuovo giro di vite si sono avuti a novembre, quando Bankitalia ha avviato una serie di ispezioni nei primi 20 istituti, a cui hanno fatto seguito altre “visite” alle banche minori; sotto la lente, in tutti i casi, sono finiti i singoli crediti, il rating assegnato, le eventuali svalutazioni degli impieghi e degli immobili posti a garanzia.
La conseguenza? «Il quadro è molto preoccupante – spiega Giovanni Torri, presidente di Unindustria Forlì Cesena – perché molte aziende, in particolare le piccole e le medie, hanno seri problemi di liquidità per il breve-medio periodo. Il sistema non funziona più e senza liquidità anche la timida ripresa prevista per la seconda parte dell’anno è a rischio». Secondo Torri, uno dei motivi per cui si è rarefatta l’erogazione di credito bancario, è da ricercare nell’azione di Banca d’Italia. «Questo – aggiunge – ha ridotto le disponibilità finanziarie per il credito alle imprese e ha portato, in molti casi, a rinegoziare le linee di affidamento già aperte».
Di fatto anche le banche più sensibili alle esigenze del territorio si sono ritrovate con le mani legate. Un esempio? Il profit warning del Banco Popolare della settimana scorsa, il primo che ha denunciato pubblicamente la necessità di aumentare gli accantonamenti (e quindi di azzerare la cedola). Ma anche il rosso da mezzo miliardo di Banca Marche, dovuto – come ha ammesso il neo direttore generale Luciano Goffi – a «
errori dettati da eccessivo ottimismo e sottovalutazione del rischio» nella concessione dei mutui. Una “leggerezza” passata che ora la Banca si trova a dover pagare con un miliardo di accantonamenti extra, e inevitabili conseguenze sui nuovi impieghi.
Per le piccole banche, spesso quelle più vicine alle imprese, il conto rischia di essere ancora più salato. «Perché più è ristretto il perimetro d’azione, più sono scarse le possibilità di compensare con credito buono quello cattivo», dice un banchiere. E così il credit crunch 2013 non fa sconti, andando a investire anche il credito cooperativo, le piccole casse di risparmio, le Popolari.
Ma il problema è sistemico: uno studio pubblicato ieri da Mediobanca stima in 21 miliardi il fabbisogno di capitale per aumentare la copertura dei crediti a rischio senza mettere in pericolo i parametri obbligatori di capitale del sistema bancario. Una cifra enorme, per un sistema già in apnea. È così che proprio Piazzetta Cuccia torna a rilanciare l’idea di una bad bank in cui far confluire sofferenze ed incagli. Un progetto che in Spagna ha funzionato ma che in Italia non si può mettere neanche sul tavolo, vista la mancanza di un interlocutore politico.
E allora? Meno credito per tutti, anche nelle aree più ricche. «Quello della liquidità e del circolante è il problema numero uno. Il 90% delle operazioni banca-impresa riguarda il breve-medio termine», dice Giovanni Grazioli, membro del direttivo della Piccola industria di Confindustria Bergamo. «Con un’aggravante – aggiunge –: i tassi d’interesse sono in costante crescita, mentre i Confidi registrano una continua diminuzione delle domande di garanzia».
Nel 2012 i Confidi in Lombardia hanno chiuso pratiche di garanzia per un valore di 80 milioni, oltre 20 milioni di euro in meno rispetto al 2011. «Ma il dato più significativo – aggiunge Grazioli – è che i Confidi hanno lavorato lo stesso numero di pratiche. Significa, cioè, che una volta ottenuta la delibera positiva, la banca o l’impresa hanno poi abbandonato l’operazione. Ma c’è un’altra situazione che ormai è evidente. Sono in forte aumento le rinegoziazioni delle linee di credito concesse due o tre anni fa, sprattutto quelle con ipoteche immobiliare come garanzia. Alla luce dell’andamento del mercato immobiliare, infatti, gli istituti di credito hanno svalutato il valore del pegno, magari chiedendo il rientro di parte dell’affidamento».
D’altronde su Bankitalia, e a cascata sulle banche, incombe la scadenza di fine 2013, quando la vigilanza diventerà europea. A quella data – e l’interesse è di tutti – Via Nazionale vuole presentarsi con un sistema dai conti completamente in ordine, inattaccabile. È così che il 2013 si preannuncia come un anno di passione, per tutti: dai regolatori ai consiglieri delegati, dai direttori di filiale ai clienti. «Magari la banca ti chiama per rientrare e poi finisce per rinegoziare il prestito, ma in ogni modo la fotografia è quella di una situazione davvero difficile», sottolinea Fabrizio Ferrari, presidente della Piccola industria di Confindustria Genova. «Siamo al quinto anno di crisi – dice ancora – e non vediamo grandi cambiamenti. Anzi, tra la fine del 2012 e l’inizio del nuovo anno, abbiamo fatto passi indietro. E lo Stato non paga quanto dovuto, come nel caso di Industria 2015. Solo nell’area di Genova le aziende aspettano 28 milioni di euro per progetti di innovazione e ricerca già realizzati».

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