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Stretta aggiotaggio

di Debora Alberici  

Giro di vite della Cassazione sull'aggiotaggio. È automatico il risarcimento agli investitori, vittime delle false comunicazioni al mercato. Si tratta infatti di un reato di pericolo e ragioni di economia processuale impediscono l'ascolto di tutti i danneggiati. I quali otterranno quindi molto più velocemente un indennizzo dal giudice.

È questo uno dei principi sanciti dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 28932 del 20 luglio 2011, ha confermato la condanna nei confronti di Calisto Tanzi, e degli altri manager, nell'ambito dell'inchiesta nata in seguito al crac Parmalat.

Ci sono volute quasi ottanta pagine di sentenza per spiegare perché lo scorso 4 maggio la quinta sezione penale ha deciso di confermare la responsabilità penale dell'ex vertice Parmalat.

In particolare i giudici con l'Ermellino hanno fornito interessanti chiarimenti sul risarcimento alle 32 mila vittime rimaste coinvolte nel disastro finanziario. «L'aggiotaggio, quale delitto di pericolo, prescinde dalla necessaria dimostrazione di un evento e, cioè, del danno patrimoniale, cagionato ai destinatari dell'informazione decettiva». Insomma, «l'accertamento di un fatto potenzialmente produttivo di conseguenze dannose (qual è la condotta di mero pericolo, sottesa alla fattispecie di aggiotaggio) legittima la pronuncia della sentenza del giudice penale alla condanna generica al risarcimento dei danni, senza che sia necessaria quantificazione del pregiudizio».

Ma non è ancora tutto. Un'altra affermazione della Corte che in qualche modo ha aggravato la posizione di tutti gli imputati sul versante risarcimento è quella per cui «il concorso di cause simultanee o preesistenti all'azione illecita (in questo caso la falsa rappresentazione al mercato dell'andamento finanziario del gruppo) che abbia indebitamente determinato l'investitore non esclude il rapporto di causalità», nel senso che a prescindere dalla leggerezza dell'azionista i manager sono comunque responsabili.

Più avanti la sentenza affronta in modo approfondito anche la posizione del manager senza delega e, nel confermarne la colpa, la Cassazione afferma che anche il cosiddetto «amministratore indipendente» è responsabile del crac verso gli azionisti. Infatti, il manager senza deleghe deve «agire informato» anche se, dopo la riforma del diritto societario, non vige più l'obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione.

In proposito, mette nero su bianco Piazza Cavour, «la riforma della disciplina della società, portata dal dlgs 6/2003, ha indubbiamente alleggerito gli oneri e le responsabilità degli amministratori privi di deleghe». Non solo. «È stato formalmente rimosso il generale “obbligo di vigilanza sul generale andamento della gestione”, ma non può trascurarsi che quest'ultimo dovere è stato chiaramente sostituito dall'onere di “agire informato” e correlato al potere di richiedere informazioni ai delegati. Esso è agevolmente rinvenibile tuttora (secondo autorevole e condivisa dottrina civilistica) nel dovere di diligenza». Ancora: il sistema societario ha mantenuto aree di gestione e di attribuzione che, per la loro rilevanza, non possono formare oggetto di delega.

Queste restano dunque nel perimetro della funzione propria di tutti i consiglieri. Fra le più rilevanti, l'informazione di bilancio e l'emissione di prestiti obbligazionari di cui all'art. 2420 ter cod. civ.

Insomma, il diritto individuale di richiedere informazioni si manifesta come espressione di un potere che sottende il dovere di conoscenza dell'operato degli altri amministratori (osservazione direttamente influente nella fattispecie dettata dall'art. 2381 co. 3 cod. civ.) circa l'assunzione di piani industriali e finanziari della stessa.

Questo obbligo, supposto dall'agire informati, deve modularsi con la diligenza richiesta dalla natura dell'incarico e non secondo il consueto criterio dell'uomo medio, secondo i referenti di questa responsabilità contrattuale (verso la società).

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