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Stress test Un risiko popolare Chi punta a vincere la partita

Non essere quotati, conviene. La fotografia che la Banca centrale europea ha recentemente scattato al sistema bancario italiano lo conferma.
A fronte di una più generale opacità – caratteristica questa derivante direttamente dalla definizione del valore-prezzo delle azioni e dalla loro liquidabilità – le possibilità di manovra sono più ampie e non si deve sottostare alla cosiddetta tirannia delle trimestrali. L’orizzonte di lungo periodo (momento nel quale, come ricordava John Maynard Keynes, saremo tutti morti) è un principio al quale tendere, ma negli affari, anche quelli bancari, vale l’ hic et nunc , il «qui e ora». E nella fotografia di questo momento la parte debole della struttura bancaria italiana è quella riconducibile al mondo popolare.
Scelte sbagliate
Non deve distrarre infatti la condizione disastrata del Monte dei Paschi e di Carige, alle prese con pesanti deficit di capitale. In entrambi gli istituti scellerate gestioni precedenti alle attuali – veri e propri casi di mala gestio , di comportamenti delinquenziali, di spericolate speculazioni e di appropriazioni indebite, sulle quali la magistratura ha espresso la scorsa settimana i primi verdetti di condanna – hanno minato la sopravvivenza stessa dei due gruppi. Nulla di tutto questo è avvenuto nelle popolari, che sono generalmente gestite con criteri di prudenza e cautela. Hanno però, le popolari, nella loro struttura di governance , una curvatura che male si attaglia alle esigenze dei mercati finanziari. Il prezzo-valore delle azioni non quotate è il più evidente, non l’unico. E se a livello locale tutto appare compatibile e si supera, quando le dimensioni aumentano in maniera considerevole, crescono di pari passo le perplessità.
Le due principali banche popolari non quotate, la Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca, hanno vissuto un 2014 dantesco. Alla luce delle evidenze della Bce, quando nel gennaio di quest’anno la Popolare di Vicenza si propose come soggetto aggregatore (nei confronti, nell’ordine, di Veneto Banca, Popolare dell’Etruria e del Lazio, Popolare di Marostica, Carife), non aveva i requisiti patrimoniali per farlo. Da allora la Vicenza, gestita con rara abilità dal presidente Gianni Zonin, ha chiesto ai soci un miliardo di euro cash dopo aver chiesto 606 milioni nel 2013 e, alla vigilia della pubblicazione degli esiti degli esami europei, per non finire dietro la lavagna, ha convertito in tutta fretta il bond 2013-18 per 253 milioni di euro.
Debolezze
Veneto Banca, nel gennaio scorso, non stava meglio. Per strappare la sufficienza all’esame europeo la banca di Montebelluna ha dovuto rottamare l’intero consiglio di amministrazione di allora, con l’unica eccezione dell’ex amministratore delegato Vincenzo Consoli – anello di congiunzione operativa tra la banca di ieri e quella di domani -, ma ha anche dovuto dar fondo a un aumento di capitale da mezzo miliardo di euro, convertire un prestito obbligazionario da 350 milioni e vendere la quota più importante del gioiello più brillante della casa, la Bim, quotata in Borsa, ricavandone 290 milioni di euro. Sia PopVicenza che Veneto Banca, dopo l’esame europeo, hanno ringraziato i soci, che in diversi casi corrispondono: sono le stesse persone, organizzazioni, imprese. Un gesto doveroso. È infatti proprio nel tessuto sociale che si trova la spiegazione della forza di queste due banche popolari: sono stati i soci a riempire casse quasi vuote, in cambio di azioni poco liquide, sul cui prezzo-valore si può discutere a lungo.
Non tutte le popolari hanno però avuto problemi. Ubi ha evidenziato requisiti di capitale da leader del sistema. Nella simulazione di uno scenario avverso, oggi, Ubi è al 10,8% di capitale, Intesa al 10%, Unicredit all’8,4% (Vicenza al 5,5%, Veneto al 4,4%). L’accorta politica attuata da Victor Massiah ha fatto di Ubi, con i fatti, non con le parole, il possibile vero e reale soggetto aggregatore di un vasto panorama di istituti. Si va dalla Carige a uno spin-off d’area del Monte dei Paschi, fino a integrazioni con altre popolari. Con Unicredit apparentemente disinteressato alle logiche domestiche e Intesa tirata da troppe parti, anche il Banco Popolare di Pier Francesco Saviotti è soggetto potenzialmente aggregatore. Saviotti fu abilissimo, nel gennaio scorso, nel lanciare un aumento di capitale da 1,5 miliardi che batté tutti sul tempo. Una mossa abile e veloce che ha portato oggi il Banco fuori dalle difficoltà del passato (ha il 7,2% di capitale in uno scenario avverso) e potrebbe realizzare una politica di espansione per linee esterne.
Altri non possono permetterselo. Se Bper e PopMilano si sono appena tratti dalle secche (capitale attuale in una ipotesi di scenario avverso rispettivamente al 6,9% e al 5,7%), il Credito Valtellinese è al 6,2% e la Popolare di Sondrio al 6%.
Pronti, via
Il consolidamento del sistema bancario italiano è alle porte. Le vicende del Monte dei Paschi di Siena e di Carige, unitamente alle debolezze di alcune banche popolari, sono tali da prospettare, nei prossimi mesi, il comporsi di un panorama diverso dall’attuale, ma costruito su parametri non ancora del tutto individuabili: certamente non saranno le agenzie, come avvenne in un tempo non lontano, a guidare il valzer. Probabilmente saranno gli asset , gli attivi. Se il Credito Emiliano ha ossigeno in abbondanza per correre da solo (9,5% di capitale in uno scenario avverso, tra i primissimi in Italia) e Mediobanca (7,9%) non è scalabile per la tipologia di banca che rappresenta e per il suo assetto proprietario, i possibili oggetti d’attenzione sono sotto gli occhi di tutti, tra il Veneto (dove la non quotazione è anche uno scudo a difesa), la Liguria e la Toscana.
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