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La mappa del credito adesso sarà meno Popolare La finanza torna protagonista nel declino del bancocentrismo

Promossi, bocciati, rimandati. Nell’atrio dell’istituto (centrale europeo) sono stati appesi ieri mattina i tabelloni con gli esiti degli scrutini. La più grande operazione di politica bancaria dai tempi dell’introduzione dell’euro è finalmente messa alle spalle, dopo mesi di lavoro intenso, talvolta confuso, scenari apocalittici e visioni strategiche. Siamo al giorno zero, da qui si ricomincia. La prossima settimana, martedì 4 novembre, la Banca centrale europea prenderà in mano la vigilanza diretta sulle attività, i conti e le dinamiche di crescita delle prime 131 banche europee, 14 le italiane.
Passo avanti
L’obiettivo è a un passo, la creazione dell’Unione bancaria europea, ancora una volta un progresso tecnico anziché politico, sulla via dell’unione continentale. Da quel traguardo, ci separano pochi mesi e alla fine tutto quanto si è creato in quest’ultimo anno, con le attività di supervisione sui bilanci bancari, gli attivi e gli stress test, appare come un gigantesco momento catartico, dopo il quale nulla sarà come prima. Al di là delle singole prescrizioni, dei promossi e dei bocciati, appunto, la tendenza era chiara fin dall’inizio e lo strappo in avanti avviene nel rispetto di linee che erano già state tracciate nel passato. Se Unione europea deve essere, le banche non potranno continuare a ragionare solo su base localistica. E la trasparenza dovrà diventare regola. Non solamente in Italia, dove operano un gran numero di banche popolari e di banche di credito cooperativo, ma ovunque, Germania in primis se, come pare, le landesbank hanno ottenuto finanziamenti dallo stato, a vario titolo, per qualche centinaia di miliardi di euro.
Una storia ben diversa da quella dell’italiana Monte dei Paschi di Siena, sulle cui sventure, peraltro causate da una gestione disinvolta di quella che era diventata la terza banca italiana, lo stato italiano ha guadagnato, salvando sì l’istituto nel momento del bisogno, ma ricavando cedole rilevanti dal proprio finanziamento e l’intera restituzione del debito.
Aggregazioni
Che stesse per iniziare una nuova partita a risiko era ormai sentimento comune. Un manager equilibrato e attento come Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, non avrebbe altrimenti dichiarato, nelle giornate di vigilia, che «Intesa sarà polo aggregante», spiegando poi che Cà de Sass sarebbe stata pronta a operazioni mirate subito dopo gli scrutini della Bce. E le indicazioni emerse ieri da Francoforte sono tutt’altro che sorprendenti, la tendenza era già stata delineata. Non servivano infatti 12 mesi di indagini per capire che Carige, Monte dei Paschi e diverse popolari, con la netta esclusione di Ubi, avessero dei problemi.
In un mercato che ha moltiplicato le proprie dimensioni, dai 60 milioni di italiani ai 500 milioni di europei, le dimensioni non sono un fattore secondario. Così come la struttura proprietaria. Nel massimo rispetto dei valori della cooperazione, che merita attenzione e distinguo, il mercato finanziario risponde ad altre logiche.
Chiarezza
Le regole sono chiare, è necessario adeguarsi. Le battaglie di retroguardia sono destinate a raccogliere poco in un mondo dove la tedesca Deutsche Bank è stata chiamata, a primavera, a sottoscrivere un aumento da 8 miliardi di euro (a Mps ne son bastati 5) e dove nonostante la strenua difesa politica anche le landesbank tedesche hanno dovuto abbassare il capo.
Che Carige avesse dei problemi di patrimonializzazione, lo si era capito anche senza stress test , sarebbe bastato partecipare all’assemblea dell’aprile 2013 per vedere nitidamente come lo standing europeo fosse lontano da quella banca, già oggi enormemente cambiata. E se a inizio 2014 Ignazio Visco, per il tramite della Banca d’Italia, avvallava l’ipotesi di un accordo tra le due principali banche popolari non quotate, la Vicenza e la Veneto, non era certamente per abbattere uno dei due campanili, ma forse per creare una torre più alta e più solida di quei campanili. Una situazione con ampie sovrapposizioni territoriali, così come accade in Valtellina, con il dualismo tra Popolare di Sondrio e Credito Valtellinese. Al punto che il componente olandese di una delle tante commissioni di analisi di Francoforte, contestò alla prima seduta un errore nelle composizione della lista delle banche italiane, incredulo di come un territorio circoscritto come la Valtellina fosse in grado di generare due distinte realtà bancarie di livello nazionale.
Pronti via
Il consolidamento porterà a un profilo più snello dei grandi gruppi, che dovranno diminuire nel numero e aumentare negli attivi. Meno banche, più solide e patrimonializzate. Hanno iniziato, lontano dalla Bce, venerdì scorso, la Popolare di Marostica e la Popolare dell’Alto Adige-Volksbank, fondendosi nel rapporto di 1:2,656.
Ora si inizieranno le grandi manovre, gli arrocchi. Ci sono nove mesi di tempo per raggiungere gli obiettivi fissati e dalla prossima settimana inizieranno a giungere i risultati del terzo trimestre dell’anno. Poi, con l’approvazione dei bilanci, nella primavera prossima, si aprirà la corsa alle alleanze o alle acquisizioni. Non solo Intesa appare possibile polo catalizzatore, anche Ubi, Unicredit e, in ambiti più circoscritti, il Banco Popolare, Bpm e la Bper.
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