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Stress per tutti, da Nord a Sud

Insomma: l’esame sarà severo anche per le banche dei Paesi forti. Il controllo sarà certamente duro per le italiane e spagnole, appesantite dai crediti deteriorati e dai titoli di Stato. Ma – in base alle premesse di oggi – non lascerà indenni neppure quelle tedesche o francesi, zavorrate da quei titoli “tossici” e da quei derivati che ingigantiscono i loro bilanci.
Peccato, però, che la Bce non abbia annunciato i criteri con i quali effettuerà lo screening dei bilanci. Ed è proprio in questo dettaglio che si nasconde il proverbiale “diavolo”: a seconda di come le singole vulnerabilità saranno soppesate, alcuni sistemi bancari potrebbero uscire vincitori o perdenti più di quanto meriterebbero. «La Bce non ha annunciato dove metterà l’asticella per ogni singola voce di bilancio – osserva Matteo Coppola di Boston Consulting –. Credo che i criteri saranno soppesati in ogni Paese insieme alle singole banche centrali nazionali». Insomma: ogni Stato proverà probabilmente a portare l’acqua al proprio mulino.
Detto questo, però, si possono già ora tirare le prime somme. «Il Sole 24 Ore», usando i dati sui bilanci bancari 2012 di R&S Mediobanca, l’ha fatto: ecco chi vince e chi perde su ogni singola voce di bilancio che passerà sotto la lente della Bce durante il check-up.
Il fardello dei crediti
La revisione della Bce riguarderà innanzitutto i crediti deteriorati. In questo campo sono le banche italiane a soffrire di più. Anche quelle spagnole, certo. Ma a Madrid, con aiuti europei, hanno almeno avviato la risoluzione del problema. Gli istituti italiani – stima Bankitalia – sono tutt’ora appesantiti da 300 miliardi di euro di crediti deteriorati. In media, calcola R&S Mediobanca, su 100 milioni di crediti lordi erogati dalle prime 5 banche italiane, ben 14,2 milioni sono andati a male. Cifra che fa rabbrividire, se confrontata al 4,3% delle prime due banche tedesche, al 2,3% delle principali istituzioni olandesi, al 4,9% di quelle francesi. E anche il tasso di copertura, cioè i soldi “messi da parte” per far fronte alle perdite, in Italia sono più bassi. Questo è il nostro punto debole.
Ma nel valutarlo, e nel considerare le coperture di ogni banca, la Bce dovrà tenere conto di un fattore: che in Italia le banche sono sottoposte a criteri più severi nel calcolare i crediti deteriorati. Da noi, per esempio, vengono considerati deteriorati anche i crediti non pagati ma interamente coperti da garanzie reali. In altri Paesi no. In Italia è poi molto più severa la contabilizzazione dei crediti ristrutturati: restano catalogati come “deteriorati” per due anni dopo la loro ristrutturazione. In altri Paesi no: tornano in bonis subito dopo. Tutto questo, ovviamente, fa lievitare la torta dei crediti dubbi in Italia e la sgonfia artificialmente altrove.
Queste differenze dovrebbero però essere eliminate, o ridotte, nel check-up della Bce. Già l’Eba ha pubblicato un documento per uniformare i calcoli in tutta Europa: sui crediti ristrutturati i nuovi criteri europei saranno per esempio simili a quelli italiani. Tutte le altre banche, insomma, dovranno adeguarsi. E questo adeguamento potrebbe pesare in Spagna soprattutto. Non è un caso che uno studio di Mediobanca Securities considera più a rischio su questo fronte, in vista del check-up della Bce, varie banche sia italiane sia spagnole: per esempio Banco Popolare, Mps, Ubi, Sabadell e Bankia.
Titoli tossici e leva
La Bce ha annunciato una certa severità anche nel valutare i titoli «tossici». Quelli cioè illiquidi, che non hanno mercato. Ebbene: su questo fronte a soffrire sono invece le banche nordiche. I bilanci di Deutsche Bank sono per esempio vere e proprie discariche per questi titoli: ammontano a 38 miliardi, pari al 94,6% del patrimonio netto tangibile dell’istituto. Appesantita anche la francese Bnp Paribas, con 27 miliardi di titoli tossici pari al 34% del patrimonio. Molti meno titoli tossici, invece, nei bilanci delle banche italiane e ancora meno in quelli delle spagnole. Ovvio: per capire che impatto questi titoli avranno nel check-up della Bce bisognerà vedere quali criteri utilizzerà per valutarli. Ma, in ogni caso, le vulnerabilità maggiori sono al Nord.
Anche sui derivati le banche del Sud possono stare tranquille. Qui il check-up fa invece ancora una volta paura alle tedesche e alle francesi. Il 38,6% del totale attivo di Deutsche Bank è per esempio costituito da derivati. E il 99% di questi strumenti ha natura speculativa. I derivati ammontano invece al 25% del totale attivi nel bilancio del Credit Agricole (il 99,9% dei quali sono speculativi) e al 22,3% in Bnp Paribas. Idem per la leva finanziaria (cioè il rapporto tra il totale attivi e il patrimonio netto), che la Bce terrà in considerazione per valutare la rischiosità delle singole banche. Anche qui le vulnerabilità maggiori sono in Germania (la solita Deutsche Bank in prima fila) e in Francia (Credit Agricole soprattutto). In Italia svetta solo Mps. Morale: se la Bce farà veramente sul serio, e analizzerà anche questi aspetti del bilancio con severità, qualche problema potrebbe arrivare anche nei Paesi virtuosi. Qualche scheletro emergerà anche nei loro armadi. Ovvio: tutto dipenderà dalla severità.
Il peso dei titoli di Stato
Su un altro capitolo, invece, sono le banche del Sud a soffrire: sono eccessivamente esposte sui titoli di Stato dei propri Paesi. La Bce valuterà anche questo. E i dolori potrebbero essere tutti in Italia e Spagna. Esposte in maniera importante sono un po’ tutte: in Italia soprattutto Mps, Banco Popolare, Ubi e Intesa. Su questo fronte dipenderà da come la Bce deciderà di impostare soprattutto il futuro stress test: in passato, quando gli esami “sotto sforzo” furono condotti dall’Eba, proprio i titoli di Stato in bilancio furono determinanti per calcolare le necessità di capitale.
Il calcolo dei rischi
Tema dolente più al Nord che al Sud è invece il metodo di ponderazione dei rischi. In base alle regole di Basilea, ogni banca deve “mettere da parte” un po’ di capitale a seconda del rischio che corre per ogni attività che svolge. Il punto è che alcune banche riescono a ridurre notevolmente i cosiddetti attivi “ponderati per i rischi”: a fronte di tante attività, dunque, hanno bisogno di meno capitale. Questo è merito della loro capacità di valutare i rischi, ma anche di regole diverse tra Paese e Paese.
Stima Rbs che un mutuo da 100mila euro si riduce a 14mila euro dopo essere stato “scremato” dai rischi in Olanda, mentre arriva a 18mila euro in Germania, a 20mila euro in Italia e a 35mila in Spagna. Lo stesso mutuo, insomma, sarà “coperto” da meno capitale in Olanda e Germania. Questo significa che in quei Paesi è più facile, e meno costoso per la banca, erogare mutui. Non è un caso che in quei Paesi gli attivi ponderati per i rischi sono molto inferiori rispetto al valore totale degli attivi: al Credit Agricole ammontano solo al 15,9% del totale attivi, in Deutsche Bank solo al 16,6%, in Ing solo al 24%. Insomma: queste banche riescono a svolgere tante attività, con poco capitale. Merito dei loro sistemi avanzati di calcolo dei rischi? O merito di regole a loro più favorevoli? Sarà la Bce a scoprirlo.

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