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Strategie d’attesa per i gestori

di Guido Plutino

Questione di punti di vista e di orizzonti temporali. Negli investimenti, se si lasciano da parte le mosse tattiche e quelle guidate da intenti speculativi di breve periodo per adottare un approccio strategico, gli eventi eccezionali – anche i più gravi come guerre e terremoti – modificano lo scenario e dunque la rilevanza nelle scelte degli operatori.

Naturalmente non è questione di essere cinici (anche se il denaro notoriamente lo è), ma piuttosto di diversità dei piani di analisi. Certo è che per gli investitori (anche non professionali), al di là dell'aspetto umanitario, il susseguirsi delle emergenze rappresenta un rebus di difficile soluzione. Il problema principale è valutare le dimensioni finanziarie dei diversi avvenimenti e prevedere come saranno accolti da mercati già nervosi per altre ragioni. La questione si complica ulteriormente se si allunga l'orizzonte temporale e si considera il possibile rallentamento di una ripresa non particolarmente dinamica.

In questi casi, guardare al passato serve a poco. Per due motivi: da un lato, la tendenza storica a sopravvalutare l'impatto delle catastrofi naturali è un fenomeno noto; dall'altro, in questo campo non esistono leggi matematiche e ogni situazione fa storia a sé. Tuttavia, pur senza pretese "scientifiche", è possibile cercare di capire gli orientamenti strategici dei mercati guardando alle scelte di portafoglio degli operatori, che in queste settimane stanno riconsiderando i pesi delle diverse asset class e di aree geografiche e settori. In particolare per quanto riguarda il settore equity, un buon termometro può essere rappresentato dalle scelte dei gestori dei fondi azionari internazionali. Si scopre così che l'impatto potrebbe essere minore di quanto inizialmente previsto.

«Anche se il terremoto in Giappone rappresenta una tragedia enorme per le persone interessate – spiegano da Vontobel Walter Metzler, senior economist, Ralf Wiedenmann, head of economic research, e Oliver Russbuelt, senior strategist – riteniamo che sia limitato l'impatto complessivo sui mercati finanziari internazionali. Al momento abbiamo deciso di non modificare la nostra strategia di investimento globale e di conseguenza rimaniamo sovrappesati in titoli azionari e sottopesati in titoli di Stato. I nostri portafogli avevano già una bassa esposizione verso il Giappone. Vogliamo mantenere questa bassa esposizione e consideriamo che sia appropriato un peso neutrale. Non è chiaro come evolverà la situazione nucleare: gli effetti sull'economia e sui mercati finanziari potrebbero essere di grande portata».

Un supplemento di analisi è dedicato al Nordafrica. «L'evoluzione verso una maggiore democrazia – ragiona Thomas Steinemann, chief strategist di Vontobel – segue un trend mondiale che prosegue da 30 anni. È una tendenza benvenuta sia da un punto di vista politico che economico. Maggiore democrazia, infatti, significa anche più benessere. Eppure i mercati hanno reagito nervosamente, in particolare nel caso-Libia. Il motivo principale è la paura che il prezzo del petrolio possa salire rapidamente, con un forte impatto temporaneo sull'economia mondiale». Le conseguenze vanno comunque considerate su due piani temporali distinti. «A breve termine la volatilità dei mercati e il prezzo del petrolio dovrebbero rimanere elevati. Ma nel corso del 2011 dovrebbero influire positivamente le buone prospettive dell'economia mondiale».

Non è una posizione isolata. «I mercati azionari hanno risentito solo marginalmente della crisi libica – precisano infatti Andrea Delitala, head of investment advisory, e Marco Piersimoni, investment advisory, nella loro ultima "Nota di strategia" di Pictet Funds -. Se lo shock petrolifero dovesse confermarsi ai livelli attuali e non rientrare, le previsioni degli utili andrebbero riviste di circa il 2%: non è poco, ma nemmeno una catastrofe».

Considerazioni diverse per il Giappone. «Nel breve periodo – aggiungono Delitala e Piersimoni – il terremoto avrà effetti molto negativi sulla redditività delle imprese. Ma l'aumento dell'avversione al rischio ha giocato un ruolo marginale, sensibile solo sulle aree direttamente interessate. Con l'ovvia esclusione del Nikkei, i principali mercati sono in positivo da inizio anno; è proseguito il trend favorevole ai mercati sviluppati a scapito degli emergenti iniziato sul finire del 2010. Pertanto le azioni hanno dato una dimostrazione di forza notevole in un contesto non semplice».

Infine, Janus Capital conferma la sua strategia azionaria sottopeso in Giappone. Anche se vengono individuati alcuni spunti potenzialmente positivi: i titoli farmaceutici risultano sottovalutati, le società attive nell'export saranno avvantaggiate da uno yen debole e le grandi compagnie di riassicurazione hanno favorevoli prospettive di business.

 

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