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Una strategia per convincere imprese, uomini e capitali approfittando della Brexit

La rotta è quella Londra – Milano. E’ principalmente su quella direttrice che l’Italia giocherà la nuova partita europea del dopo Brexit. Ed è su quella rotta che si spera di trasferire nel nostro Paese un nutrito numero di milionari inglesi. Ma cosa c’entra la Brexit con la residenza dei super ricchi? In realtà, i governi di mezza Europa si stanno attrezzando per srotolare tappeti rossi ai piedi delle aziende britanniche che meditano di trasferirsi in paesi della Ue per non perdere i vantaggi comunitari. Ma prima Renzi e ora Gentiloni si sono convinti che per attirare imprese e relativi capitali, non bastano le misure di detassazione introdotte dalla legge di bilancio 2017, non sono sufficienti i superammortamenti ideati dal ministro Calenda. Per battere la concorrenza delle altre capitali comunitarie – Parigi e Dublino in testa – è necessario secondo il governo garantire ai manager di quelle imprese e alle loro famiglie trattamenti fiscali di favore. Appunto quel forfait da 100 mila euro, più 25 mila per ogni familiare. Dunque, il regalo ai Paperoni (non solo inglesi) che dovessero trasferire in Italia la propria residenza, dicono al Tesoro, non ha come obiettivo quello di far comprare loro qualche Ferrari in più o qualche villona di lusso, ma rientra in una strategia più generale, che coinvolge il destino di numerose industrie, banche e finanziarie, soprattutto inglesi.
E’ una strategia attrattiva che poggia su quattro pilastri. Il primo è l’insieme di incentivi a investire introdotti dal governo: dai superammortamenti ai crediti a innovazione e ricerca, dagli sgravi sui brevetti ai vantaggi per chi investe nelle star up innovative sull’esempio di Francia e Regno Unito (con detrazioni che salgono al 30%). Il secondo pilastro è la riduzione dell’Ires che grava sui profitti aziendali. Poi ci sono i piani individuali di risparmio: gli investitori privati che indirizzano i propri risparmi (fino a 30 mila euro l’anno per 5 anni), per finanziare imprese italiane o europee con stabile organizzazione in Italia, non pagheranno tasse né sui capital gain né sui rendimenti. Infine, proprio per rendere il panorama italiano ancora più attraente, arriva la tassa forfettaria per i ricchi che si trasferiscono in Italia, a cominciare proprio dai manager delle aziende interessate a stabilizzarsi e investire nel nostro Paese. Non solo britanniche. Il che rende necessario uno scambio di informazioni tra l’Italia e le nazioni di provenienza sui profili personali di quei Paperoni.
Turchia, Brasile, Venezuela: anche da questi Paesi si attende un afflusso di imprese e di manager, mossi da ragioni di instabilità politica o di crisi economica. Ma è soprattutto su Londra che si concentrano le prossime mosse del governo. A fine marzo, i ministri Padoan e Alfano, insieme al sindaco di Milano Giuseppe Sala, saranno nella City per spiegare i punti di forza di un possibile trasferimento di aziende, risorse e manager nella capitale finanziaria italiana.
Eppure, per quanto si tenti di spiegare il regalo fiscale ai super- ricchi alla luce di un piano generale assolutamente condivisibile, è difficile che quella misura si sottragga alle critiche di chi difende i principi di equità. “E’ vero, è soprattutto un problema di equità di trattamento”, commenta Alessandro Santoro, professore associato in scienza delle finanze all’Università Bicocca di Milano. «Accanto a manager italiani tassati con le aliquote Irpef, ci saranno manager stranieri che almeno sui redditi da patrimonio prodotti all’estero verseranno solo 100 mila euro. Su un reddito di un milione di euro, non infrequente tra i massimi dirigenti, significa appena 10 per cento, ossia meno della metà della aliquota Irpef più bassa». Ma non è solo un questione di impari trattamento. Viene infranto anche un altro principio, quello che impone di tassare una persona in base alle regole del suo Paese di residenza. E se poi il riccone di turno trasferisse solo la residenza conservando invece il domicilio nel Paese di origine e usufruendo così di una tassazione eventualmente più favorevole? Ci vorrebbe un ferreo controllo da parte dell’Agenzia delle entrate.
Insomma, le controindicazioni non mancano. E il tutto acquisirebbe i contorni di una beffa se poi il favore agli “high net worth individuals” – coloro che hanno elevati patrimoni – non servisse allo scopo. Se il super ricco, invece di scegliere Milano, invece di investire in una nostra start up, invece di fare un piano di risparmio per finanziare le nostre imprese, si trasferisse in un altro Paese dell’Unione europea (con condizioni magari ancora più allettanti), o decidesse di restare a Londra. Eventualità non certo da escludere, visto che Theresa May ha già annunciato sconti fiscali quasi equivalenti a quelli promessi da Donald Trump.

Marco Ruffolo

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