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Stranieri, si va dai giudici di pace

di Antonio Ciccia 

Al giudice di pace il ricorso contro l'espulsione dello straniero. La modifica del rito, portata dal decreto 150/2011, in vigore da oggi 6 ottobre 2011, mantiene in capo al magistrato onorario la competenza a giudicare le controversie in materia di espulsione dei cittadini extracomunitari.

L'articolo 18 riconduce i processi in questione al modello del rito sommario di cognizione: così ha scelto il legislatore in quanto il processo è caratterizzato da semplificazione della trattazione e dell'acquisizione di prove.

Tra l'altro anche nella vecchia versione la sommarietà del rito era anticipata dal fatto che il processo iniziava con un ricorso e che il procedimento si svolgeva a porte chiuse (in camera di consiglio). Sono state mantenute ferme l'individuazione e la composizione dell'organo giudicante (il giudice di pace) e la competenza territoriale, collegata alla sede dell'autorità che ha pronunziato il provvedimento oggetto di impugnazione.

Non solo. Anche altre regole di questo processo speciale sono rimaste invariate. Così per il termine per la proposizione del ricorso, che decorre dalla notifica del provvedimento impugnato, a pena di inammissibilità, e che è stato, però, uniformato ai termini di impugnativa (trenta giorni) previsti dal decreto, per ragioni di coordinamento normativo. Sono, poi, rimaste ferme la possibilità di presentazione del ricorso per via consolare o a mezzo del servizio postale e la notifica a cura della cancelleria del decreto di fissazione dell'udienza.

Il ricorso deve essere notificato entro cinque giorni prima dell'udienza e l'autorità può costituirsi in giudizio anche direttamente alla medesima udienza.

A proposito della presentazione del ricorso per via consolare, il decreto disciplina la possibilità della presentazione del ricorso a mezzo del servizio postale, in applicazione dei principi stabiliti dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 278/2008: è stata, infatti, dichiarata l'illegittimità costituzionale dell'articolo 13, comma 8, del decreto legislativo 286/1998, nella parte in cui non consentiva l'utilizzo del servizio postale per la proposizione diretta, da parte dello straniero, del ricorso avverso il decreto prefettizio di espulsione, quando fosse stata accertata l'identità del ricorrente in applicazione della normativa vigente.

Il ricorrente è ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato e se ne è privo ha diritto al difensore di ufficio. Deroga alla procedura ordinaria la regola che consente all'autorità amministrativa di stare in giudizio personalmente o avvalersi di funzionari appositamente delegati.

Il giudizio deve concludersi in tempi brevi (venti giorni) e la sentenza di primo grado è inappellabile (unica possibilità di impugnazione è il ricorso per cassazione).

Con specifico riferimento, poi, alla previsione della inappellabilità della sentenza di primo grado, nei lavori preparatori si spiega che è stato necessario mantenerla in vigore per evitare spese abnormi a carico dello stato: l'introduzione dell'appello, correlata con l'ammissione automatica di tutti i ricorrenti al patrocinio a spese dello Stato, avrebbe generato un aumento di spesa privo di adeguata copertura finanziaria.

La celerità del giudizio è spiegata nei lavori preparatori in considerazione dell'esigenza di rendere i tempi processuali coerenti con i termini del correlato procedimento amministrativo di espulsione dello straniero dal territorio nazionale.

In relazione alla particolare natura del giudizio è prevista l'esenzione da ogni tassa ed imposta degli atti processuali.

Diritto di soggiorno dei cittadini comunitari. Nell'alveo della semplificazione con il rito sommario di cognizione sono stati i ricondotti i processi contro il mancato riconoscimento del diritto di soggiorno ai cittadini comunitari e quindi contro i provvedimenti di rifiuto e di revoca del diritto di soggiorno. Anche per questi processi sono state salvate dalla disciplina previgente alcune peculiarità. Tra esse spicca l'individuazione e la composizione dell'organo giudicante (il tribunale in composizione monocratica) e la competenza territoriale, collegata al luogo di dimora il ricorrente. Stessa scelta processuale è stata compiuta per le controversie in materia di allontanamento dei cittadini comunitari. Si tratta dei processi aventi ad oggetto l'impugnazione del provvedimento di allontanamento dei cittadini europei o dei loro familiari per motivi di pubblica sicurezza. Anche in questo caso è competente il tribunale in composizione monocratica e vale la competenza territoriale, collegata alla sede dell'autorità che ha pronunciato il provvedimento oggetto di impugnazione. Il termine per la proposizione del ricorso è, a pena di inammissibilità, di trenta giorni e decorre dalla notifica del provvedimento impugnato. La parte interessata può stare in giudizio senza avvocato e può presentare il ricorso a mezzo del servizio postale o per via consolare. Il giudice ha il potere di sospendere l'efficacia esecutiva del provvedimento di allontanamento. Il decreto a questo proposito prevede la sospensione automatica dell'efficacia esecutiva del provvedimento di allontanamento fino alla pronuncia sull'istanza di sospensione, salvo che il provvedimento sia fondato su una precedente decisione giudiziale o su motivi di sicurezza dello stato o su motivi imperativi di pubblica sicurezza. In ogni caso il giudice deve decidere sull'istanza di sospensione prima della scadenza del termine entro il quale il ricorrente deve lasciare il territorio nazionale.

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