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Strada per la crescita? La indica Draghi

Ha raggiunto il giro di boa dei sei mesi alla guida della Bce e ha dato un colpo di timone per correggere la rotta. Non che Mario Draghi abbia in mente di fare virate nel tradizionale percorso della Banca centrale europea. No, non si tratta di cambiare strada. Né di ritoccare in alcun modo l’ortodosso ruolo di regista della politica monetaria e di guardiano della stabilità dei prezzi della Bce. Ma di adeguare, anche ampliandoli, i compiti della banca centrale ai cambiamenti prodotti dalla crisi che hanno messo in primo piano i problemi di tutela della stabilità finanziaria.
Le norme
Una mossa significativa in questa direzione Draghi l’ha fatta sul terreno della regolamentazione finanziaria, benché non come presidente della Bce, ma come presidente dell’European Systemic Risk Board che è sì un comitato indipendente ma di fatto è una costola dell’istituzione di Francoforte che ne cura il segretariato e ne tiene il vertice.
Sul campo dei regolatori il numero uno di Eurotower si muove del resto con grande abilità dopo l’esperienza fatta al vertice del Financial stability forum, prima e del Financial stability board, dopo. Un organismo questo, diventato, proprio sotto la sua guida, protagonista della riorganizzazione della disciplina finanziaria dopo lo scoppio della crisi nell’autunno 2008.
L’occasione è stato il dibattito su Basilea3, il nuovo accordo sui requisiti di capitale che le banche devono avere per essere operative. Non è stato facile metterlo nero su bianco e soprattutto non è stato né semplice né rapido convincere i Paesi del G20, che lo avevano commissionato, ad approvarlo. Ora l’accordo su Basilea 3, a sei mesi dall’entrata in vigore, è arrivato, bloccandosi, al voto dell’Europa.
Si tratta di regole molto tecniche, difficili da capire e ancor di più da spiegare, ma la sostanza del problema è che alcuni Paesi vogliono decidere per proprio conto senza accettare norme uniformi come invece vorrebbe la Commissione di Bruxelles intenzionata ad evitare ogni pericolo di segmentazione del mercato. La tentazione è cioè di «recintare» — il cosiddetto «ring fencing» — le banche entro i confini nazionali. Il fatto è che a lasciare libertà d’azione si corrono rischi di arbitraggi normativi, di distorsione della competitività e di malfunzionamento dei canali di rifinanziamento. Senza contare le difficoltà a cui potrebbero andare incontro le cosiddette banche cross border, presenti in più Stati europei, come per esempio l’italiana Unicredit.
Le posizioni
Su Basilea 3, che deve essere recepita con la quarta direttiva europea (CRD IV), dissonanze e distinguo sono arrivate dal Regno Unito, da alcuni paesi dell’Est, come la Polonia e l’Ungheria, dalla Danimarca. Le autorità della Svezia e dell’Austria (dove la Bank Austria è controllata da Unicredit), per esempio, hanno fatto sapere che vogliono anticipare l’entrata in vigore dei nuovi requisiti sull’adeguatezza del capitale e li vogliono addirittura più stringenti, mentre la Germania vuol dire la sua sui parametri di liquidità.
L’Unione europea ha cercato nell’Ecofin del 2 maggio, convocato in via straordinaria, di trovare un compromesso che lasciasse un cuscinetto di autonomia nella fissazione dei requisiti, nel quadro però della massima armonizzazione dei comportamenti. Ma non c’è riuscita, rinviando discussione e decisione a metà maggio. «Serve flessibilità non disgiunta dalla severità», ha suggerito Draghi all’inizio di aprile chiarendo subito che l’Esrb non si limiterà a dare sollecitazioni, ma interverrà per coordinare e fornire indirizzi, rafforzando, insomma, il ruolo di supervisore europeo.
Non solo rigore
La flessibilità suggerita da Draghi che chiede di coniugare un più ampio e temporaneo margine di autonomia delle autorità nazionali con l’armonizzazione delle regole di base, è diventata centrale nella discussione di Bruxelles. Dove si gioca una partita importante, anche se tecnica, per la difesa del mercato unico e dell’Europa.
La seconda mossa di Draghi è più decisa perché porta la Bce in primo piano nell’indicazione della strategia di rafforzamento della governance europea. Non basta mettere in sicurezza l’euro ma anche pensare a come andare avanti, «a come sarà l’Europa fra dieci anni», ha detto il numero uno di Eurotower lanciando la proposta di un patto per la crescita. Quella crescita che per Draghi è al pari dell’Europa, come ha più volte detto, una «idea fissa» e che deve accompagnare quel rigore nei conti pubblici, su cui insiste particolarmente la Germania.
Due patti, di stabilità e di sviluppo, non in contraddizione ma complementari e necessari entrambi per fare progredire i Paesi uniti dalla moneta. Si tratta di un percorso, ha chiarito a Barcellona, «un path», fatto di riforme strutturali, investimenti e risparmi di spese e tagli di tasse per rilanciare il lavoro dei giovani e soprattutto di obiettivi e regole comuni.

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