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Strada in salita a Bruxelles pesano tutti i precedenti “Serve chiarezza da subito”

ROMA — Era inevitabile. Sul nuovo salvataggio di Alitalia si accende, ancora una volta, il faro della Commissione europea. Dove sono molto preoccupati per l’ennesimo tentativo di tenere in vita la compagnia italiana. Una storia infinita quella tra Bruxelles e Roma sull’ex vettore di bandiera, i cui piani per evitarne il tracollo negli ultimi anni sono stati bocciati due volte, modificati dal governo e poi approvati dall’Antitrust comunitario. E anche questa volta la partita si annuncia ad altissima tensione. Nel 2008 fu Antonio Tajani, allora commissario ai Trasporti, a gestire il dossier: fermò tutto, fece riscrivere il piano a Tremonti e poi diede il suo via libera vincendo in Corte di giustizia contro i ricorsi dei concorrenti di Az. Altro discorso che poi il piano congegnato dal Cavaliere abbia fatto acqua. E sono proprio i concorrenti a rendere ancora più complicate le cose, sempre pronti a scrivere esposti quando lo Stato italiano si muove in favore della pericolante compagnia. A Palazzo Chigi lo sanno, spiegano di non avere ancora ricevuto una richiesta di informazioni da Bruxelles ma la aspettano a breve: «Nel caso risponderemo, ci stiamo preparando».
Nei giorni scorsi a invitare Roma a stare attenta sugli aiuti di Stato era stato lo stesso Tajani, che passato all’Industria non è più titolare del dossier. Ieri si è invece fatto vivo, con tutto il suo peso, il commissario alla Concorrenza Joaquin Almunia, che ha dato mandato al proprio portavoce di ricordare al governo che l’Antitrust comunitario da lui guidato dovrà giudicare il salvataggio: «Ci aspettiamo che le autorità italiane ci notifichino le misure – ha detto Antoine Colombani – quindi potremo valutare la sua compatibilità con le regole sugli aiuti di stato ». Almunia si è mosso proprio
quando sulla sua scrivania è planata la richiesta di intervento firmata da British Airways, da sempre attentissima alle vicende di Alitalia.
A preoccupare è l’ingresso di Poste con 75 milioni nel salvataggio di Az che si aggiungono ai soldi messi dai vecchi soci. Una delle condizioni con cui Bruxelles nel 2008 aveva dato il via libera al salvataggio era che mai più la compagnia avrebbe ricevuto aiuti statali, mentre Poste è controllata al 100% dal Tesoro. Guarda caso dalla Commissione dicono: «Alitalia può ricevere soldi pubblici solo se vengono rispettate le regole Ue sugli aiuti per i salvataggi e le ristrutturazioni delle imprese».
La partita girerà intorno al cosiddetto Meip, il Market Economy Investor Principle, il principio dell’investitore privato: l’Italia dovrà dimostrare che una qualsiasi azienda privata sarebbe intervenuta nel salvataggio di Az così come ha fatto Poste. Che si tratta di un investimento potenzialmente redditizio, che per entrare nel capitale di Az Poste ha pagato un prezzo di mercato. Ovvero che non si tratta di un modo mascherato di versare nelle esangui casse della compagnia altri soldi pubblici a perdere. Non facile da dimostrare considerando le croniche perdite del vettore e considerando che nessun privato si era fatto avanti per partecipare alla ricapitalizzazione. Decisivo sarà anche il piano industriale che Az presenterà a Bruxelles: dovrà essere in grado di dimostrare che l’intervento di Poste non nasconde un aiuto di Stato, ma è un’operazione di mercato basata su una strategia credibile e sana nel medio-lungo periodo perché ha un tasso di redditività a livello del mercato. Insomma, che si tratta di un buon investimento. Se lo sbocco finale sarà l’acquisizione da parte di Air France l’Antitrust Ue dovrà anche valutare il dossier dal punto di vista delle norme sulle concentrazioni. Il consiglio che tramite canali informali è già arrivato a Palazzo Chigi è quello spesso disatteso dagli italiani: «Venite a Bruxelles subito, spiegateci cosa volete fare e cerchiamo di farlo insieme nel rispetto delle regole. Altrimenti un intervento a posteriori con apertura di un’inchiesta per aiuti di Stato renderà tutto più doloroso».

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