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Stp, le Entrate dettano la rotta

Sarà qualificato come reddito da lavoro autonomo l’utile prodotto dalle Stp e diviso tra i soci professionisti. L’esercizio di un’attività intellettuale regolamentata, dunque, continuerà a pagare i contributi previdenziali soggettivi alla cassa di previdenza. La quota di utile incassata dall’eventuale socio non professionista seguirà invece un doppio binario: se si tratta di un soggetto non imprenditore, si resterà nel campo del lavoro autonomo, con applicazione dell’Irpef; per il socio imprenditore, l’utile (o perdita) ottenuto dalla partecipazione nella Stp si cumulerà al proprio reddito d’impresa, secondo le regole della trasparenza fiscale.

La fattura emessa dalla Stp, infine, sarà gravata dal contributo integrativo (il 4% a carico del cliente), che una volta incassato andrà versato alla cassa di previdenza di categoria. E i compensi saranno soggetti alla ritenuta d’acconto del 20%.

Sarebbe questo, secondo quanto risulta a ItaliaOggi, un primo orientamento dell’Agenzia delle entrate in linea con quanto da tempo chiedono gli ordini (per il tramite del Cup presieduto da Marina Calderone) e le Casse previdenziali (per il tramite dell’Adepp guidata da Andrea Camporese). Il chiarimento sarà ufficializzato nei prossimi giorni con un’apposita risoluzione. La questione è diventata particolarmente urgente con l’entrata in vigore, lunedì 22 aprile, della nuova disciplina sulle Stp contenuta nel regolamento interministeriale (giustizia e attività produttive) pubblicato sulla G.U. n. 81 del 6 aprile 2013 (si veda anche ItaliaOggi di ieri)

Il fisco segue la «personalità». L’esercizio in forma societaria dell’attività professionale regolamentata, sembrano essere convinti alle Entrate, non può far venir meno i caratteri di personalità della prestazione resa dal singolo socio professionista. Pertanto, in linea di massima, appare applicabile quanto già affermato con risoluzione n. 118/2003 in merito alle società tra avvocati: i redditi prodotti sono di lavoro autonomo, ai sensi dell’articolo 53 del Tuir. Le nuove Stp, tuttavia, presentano due diverse caratteristiche rilevanti: l’eventuale presenza di soci non professionisti (investitori o tecnici) e la possibilità di assumere la veste giuridica di società di capitali. Rispetto a queste due ipotesi, l’Agenzia sembrerebbe comunque intenzionata a confermare l’interpretazione fornita con la risoluzione n. 118 del 2003. Di conseguenza, il reddito prodotto da una Stp, anche nella veste di società di capitali (per esempio spa o srl), dovrebbe essere inquadrato come reddito di lavoro autonomo: con esclusione, quindi, dal campo di applicazione dell’Ires e imputazione per trasparenza ai soci, inclusi quelli non professionisti.

Imprenditori e non. Se il socio tecnico o investitore della Stp non è imprenditore, la soluzione verso la quale l’amministrazione finanziaria sembra orientata è quella di ricondurre le somme percepite al reddito di lavoro autonomo. In questo modo, verrebbero mantenuti i meccanismi di determinazione di tale reddito anche in capo al socio non professionista (compresa la rilevanza delle perdite nella determinazione del complessivo). Con riferimento, invece, alle modalità di concorso alla formazione del reddito della Stp dei soci imprenditori, la scelta dell’amministrazione sarà quella di riportare dette somme nel mondo del reddito d’impresa, come componente positivo o negativo, secondo le ordinarie modalità del regime della trasparenza. In altri termini, un socio tecnico o investitore che svolge attività d’impresa si vedrebbe attribuita la propria quota di reddito della Stp. Tali somme concorreranno, per il loro intero ammontare, al reddito del socio sotto la qualifica di reddito d’impresa.

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