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«Stop a rialzo Iva, confronto su tasse»

L’aumento dell’Iva nel 2018 per finanziare le politiche «espansive» come il taglio del cuneo fiscale torna nel cassetto delle ipotesi, ma la correzione da mettere in campo con la manovra in autunno resta una realtà concreta perché un «rallentamento o un’inversione di rotta» sarebbero una «scelta rovinosa» per il Paese.
Le audizioni parlamentari sul Def sono entrate nel vivo ieri con l’intervento del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, e com’è inevitabile si sono concentrate sulle prospettive della legge di bilancio più che sull’analisi del Documento. Tabelle ufficiali alla mano, Padoan ha ricordato che per l’anno prossimo il programma prevede l’obiettivo «ambizioso» di un deficit all’1,2% (contro il 2,1% di quest’anno nel quadro post-manovrina), e che il tendenziale a politiche invariate già si avvicina a quel livello (segna l’1,3% di deficit) perché ingloba le clausole di salvaguardia con gli aumenti Iva. «Il governo – ha ricordato però il titolare dell’Economia – si è impegnato per sostituire l’incremento delle imposte con misure alternative sul lato delle spese e delle entrate»: l’impegno resta «di difficile realizzazione» secondo l’Ufficio parlamentare del bilancio e le alternative sono oggi impossibili da specificare meglio, perché dovranno uscire da quello che secondo Padoan dovrà essere «un dibattito molto franco con un po’ di analisi tecnica oltre che politica». «L’Iva non si tocca e non si toccherà – ribadisce l’ex premier Matteo Renzi – perché tutti gli anni si è presentata un’ipotesi analoga e tutti gli anni l’abbiamo bloccata riducendo le tasse».
Tanto rumore per nulla, dunque? In realtà, sui fili dell’alta tensione del fisco pre-elezioni le sfumature sono importanti, e la posizione di Padoan non cambia certo da un giorno con l’altro. Sul piano ufficiale, il ministro si mantiene sulla linea appena sancita dal Def, con l’impegno a un nuovo stop alle clausole Iva scritto a pagina 3 delle premesse, mentre su quello dell’analisi economica il campo rimane più aperto: e lo scambio fra Iva e cuneo può entrare tra le «preferenze» del ministro, che però secondo il diretto interessato sono state «amplificate in modo distorto».
Dibattiti e distorsioni a parte, restano i numeri, che con la maxi-correzione ipotizzata dal Def porterebbero l’anno prossimo il debito pubblico al 131% del Pil con la prima netta inversione di rotta dagli anni della crisi. Un aiuto arriva dalla manovrina ancora attesa dal Parlamento, che con il suo effetto strutturale già sterilizza una parte (circa 5 miliardi su 19,5) degli aumenti Iva, e un altro potrebbe venire da Bruxelles con il via libera a un’altra dose di flessibilità, senza però esagerare per non rimandare ancora una volta la limatura del debito. Una terza spinta può poi essere offerta da una crescita un po’ più vivace di quella indicata dal Def (1% all’anno nel 2018 e 2019), che secondo Padoan potrebbe incontrare «una significativa revisione al rialzo» perché l’anno «è cominciato con il piede giusto».
Su quest’ultimo punto è però l’Istat a spargere prudenza a piene mani, sempre nelle audizioni di ieri sul Def. Per raggiungere l’1,1% previsto per quest’anno, sostiene l’Istituto di statistica, «serve uno scatto dell’economia», perché «le oscillazioni del commercio estero e della produzione industriale osservati a gennaio e febbraio» potrebbero mettere a rischio il risultato del primo semestre: martedì era invece stato il Fondo monetario a mettere in calendario per il nostro Paese un pallido +0,8% di crescita per quest’anno e per il prossimo.
Sulle prospettive del Pil italiano pesa anche la dinamica degli investimenti, che nel 2016 hanno registrato la settima flessione annuale consecutiva. Sul versante degli investimenti pubblici, Padoan riconosce la necessità di una «decisa inversione di tendenza» necessaria anche per rispettare in pieno la clausola con cui la Ue ha concesso lo scorso anno una flessibilità aggiuntiva da oltre 4 miliardi (0,25% del Pil).
Sugli investimenti privati è invece l’Istat a fare i conti delle misure fiscali: la proroga del maxi-ammortamento, che si accompagna all’introduzione dell’ammortamento “iper” al 250% per l’acquisto di beni tecnologici, si traduce in un beneficio fiscale aggiuntivo da 200 milioni, ma la stretta sull’Ace prevista dall’ultima legge di bilancio (e proseguita in manovrina) vale mezzo miliardo.
gianni.trovati@ilsole24ore.com

Gianni Trovati

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