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Stop delle società alla nuova 231

di Giovanni Negri

Riformare il decreto 231 sì, ma non così. E allora, prima che sia troppo tardi, ergo che il progetto sia approvato dal consiglio dei ministri, meglio fermarsi e riflettere. Con quest'obiettivo esce allo scoperto l'Assonime (l'associazione tra oltre 600 società di cui un centinaio quotate), che chiama in causa il ministro della Giustizia, Angelino Alfano. A pochi giorni dalla probabile presentazione in consiglio dei ministri (nella riunione dedicata esclusivamente ai temi della giustizia) del testo del disegno di legge di riscrittura del decreto 231 promosso da Arel e fatto proprio dal ministero, il presidente Assonime Luigi Abete ha scritto una preoccupata lettera ad Alfano.

Abete non usa mezzi termini e precisa che «l'esigenza di una riforma della disciplina 231 è da noi condivisa, ma è necessario un profondo ripensamento dell'intero impianto del decreto». La strada imboccata invece non va nella giusta direzione e lascia scoperti gravi rischi per le imprese. «Infatti – sottolinea Abete – le previste modifiche non solo non garantiscono alcuna certezza in termini di esenzione da responsabilità, ma possono condurre, nei fatti, a indagini sempre più invasive da parte del pubblico ministero e a un sindacato penetrante del giudice penale in merito all'organizzazione e gestione imprenditoriale».

A non convincere è un meccanismo come quello della certificazione dei modelli organizzativi dell'impresa che prova a sottrarre ai giudici «un aspetto rilevante del giudizio di colpevolezza per affidarlo a un soggetto privato». Una previsione destinata a non avere alcun effetto concreto, che non è utile alle imprese e non contribuisce neppure al recupero di un clima di fiducia tra giudici e imprese.

Un denso allegato tecnico alla lettera argomenta poi in maniera più analitica. E sotto accusa finiscono i due capisaldi del disegno di legge di riforma: l'inversione dell'onere della prova che ora è a carico dell'impresa e il sistema di certificazione dell'idoneità dei modelli a prevenire i reati. Quanto al primo punto il timore di Assonime è che l'avere scaricato un maggiore peso probatorio sulle spalle del pubblico ministero avrà come contraltare lo svolgimento di indagini ancora più aggressive nei confronti delle aziende. Che non conterebbero affatto o non del tutto sulle garanzie processuali dell'attuale fase giudiziale.

Sul fronte della certificazione, poi, le perplessità non sono meno forti, anche se lo scopo di ridurre l'ambito di discrezionalità della valutazione della magistratura è condivisibile. Tuttavia è «inapplicabile» l'affidamento a un soggetto privato del sindacato di idoneità, oltretutto svincolato dal reato concreto e dal modello applicato; si tratta cioè di un giudizio del tutto astratto e destinato a non avere effetti concreti. «Appare difficile, infatti – commenta Assonime –, che il giudice si rimetta per il giudizio di colpevolezza alla valutazione di un "certificatore di modelli preventivi"».

Meglio sarebbe, suggerisce in conclusione Assonime, intervenire sul fronte delle sanzioni interdittive soprattutto quando applicate in via cautelare. Oltretutto con la previsione, nei casi più gravi, del commissariamento. Una situazione che rischia di infliggere all'impresa commissariata un danno economico irreversibile ancora prima che sia stato raggiunto un verdetto sulla sua responsabilità.
 

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