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Stop del cda Telecom a Metroweb

L’interesse di Telecom Italia per Metroweb è congelato. All’unanimità il consiglio della compagnia telefonica ha deciso infatti di accantonare il dossier. È il secondo tentativo di formare una joint venture pubblico-privato per la rete che finisce sul binario morto: prima lo scorporo della rete che aveva come controparte la Cdp, ora la costruzione di una rete di nuova generazione che aveva come controparte Metroweb (53,2% F2i e 46,8% Cdp).
Il piano industriale approvato ieri dal cda di Telecom è dunque su base stand-alone e prevede di aumentare gli investimenti in Italia di un miliardo nel triennio ad arrivare a 10 miliardi. Al di là delle cifre assolute, è nella composizione del Capex che si è deciso di accelerare sulle reti di nuova generazione cui sono destinati 3 miliardi, e di questi 500 milioni dedicati alla formula più avanzata dell’Ftth (Fiber to the home), cioè fibra ottica fino all’utente finale. Risorse che, se si fosse raggiunto un accordo con Metroweb, avrebbero potuto perlomeno raddoppiare con il contribuito degli altri soci. Perchè lo schema che si era andato delineando prevedeva la costituzione di una newco, che sarebbe stata dotata di 800 milioni di capitale, sottoscritti da Telecom e Metroweb per sviluppare ex novo la rete di nuova generazione, lasciando fuori dal perimetro Metroweb Milano.
Non c’era nessun pre-accordo, ma dopo che il board Telecom di fine settembre aveva dato mandato al management di esplorare la possibilità di acquisire la quota di maggioranza di Metroweb che fa capo a F2i si sono aperti contatti con tutte le parti in causa che hanno portato allla fine al nodo che non si è riusciti a sciogliere: quello del controllo della nuova società della rete. Per Telecom non è mai stato in discussione che l’interesse fosse vincolato a ottenere almeno il 51%. Ma, già nella lettera iniziale a F2i, erano state prospettate due strade per raggiungere l’obiettivo. La prima, l’acquisto diretto della partecipazione del fondo infrastrutturale guidato da Renato Ravanelli. La seconda, la sottoscrizione di un aumento di capitale riservato per dotare Metroweb delle risorse utili a esportare in altre città il modello di Milano, che dispone di una rete in fibra ottica (già completata) all’avanguardia in Europa. In campo era scesa anche Vodafone, che con Metroweb stava già sviluppando progetti in alcuni centri, a partire da Bologna. L’operatore guidato da Aldo Bisio aveva anche presentato un esposto all’Antitrust, preoccupato della ricostituzione di un monopolio sull’infrastruttura in fibra.
F2i, che non aveva sollecitato le manifestazioni d’interesse e non riteneva ancora maturi i tempi per il realizzo dell’asset acquistato solo tre anni prima, fin dall’inizio aveva chiarito che avrebbe valutato le opportunità sulla base dei piani industriali dei due pretendenti. Nello schema immaginato con Telecom, era uscita dal perimetro Metroweb Milano, che avrebbe comportato i maggiori problemi di antitrust e sulla quale c’era un diritto di veto del socio all’11% Fastweb. Anche sul progetto della newco per costruire ex novo la rete di nuova generazione le discussioni si sono però arenate sullo scoglio del controllo. F2i avrebbe anche considerato la possibilità di vincolare il socio maggioritario a una governance a maggioranze qualificate, che Telecom sarebbe stata disposta ad accettare, in modo da impedire modifiche nell’entità e nella tempistica del piano di investimenti se non con l’assenso di tutti gli azionisti. Ma la parte pubblica nutriva ancora dubbi sull’impegno dell’incumbent. Finchè si è arrivati a un chiarimento – mercoledì mattina, alla vigilia del board – tra l’ad di Telecom Marco Patuano e il presidente di Cdp Franco Bassanini nel corso del quale si è potuto verificare che sul punto le posizioni erano ancora distanti. Per Cdp – e pare che questo fosse anche l’orientamento politico – Telecom avrebbe dovuto arrivare gradualmente al 51% in parallelo allo sviluppo degli investimenti. L’Antitrust però non avrebbe potuto esaminare ex-ante il raggiungimento di un controllo che non si sarebbe realizzato prima del 2020, quando nessuno può sapere come si configurerà il mercato.
Fumata nera, dunque, da Telecom che ha deciso di accantonare il progetto di condividere gli investimenti e andrà avanti col suo piano. Forse un’occasione persa, ma il gruppo non poteva permettersi il rischio di esternalizzare lo sviluppo di un’infrastruttura che è parte integrante del suo core business, un rischio sul quale nutrivano preoccupazioni anche i piccoli azionisti-dipendenti dell’Asati.
Oltre al preconsuntivo 2014 e al piano industriale, il consiglio ieri ha anche approvato l’incorporazione di Ti-media con un concambio fissato in 0,66 titoli ordinari Telecom e 0,47 titoli di risparmio per ogni azione di Ti-media della stessa categoria (non sono previsti conguagli in denaro). Marginali gli effetti sulla capogruppo, con una diluizione dello 0,114% del capitale ordinario e dello 0,042% su quello di risparmio. Rispetto agli ultimi prezzi di Borsa, il concambio proposto è invece a forte sconto per gli azionisti di Ti-media, che ha chiuso il 2014 con una perdita di 5,3 milioni e un indebitamento netto di 269,4 milioni. I ricavi sono stati pari a 70,5 milioni, il margine operativo lordo di 25,4 milioni, il risultato operativo di 5,9 milioni. La semplificazione societaria permetterà – spiega una nota del gruppo – di «gestire in modo più efficiente il processo di valorizzazione di Persidera» (joint nei multiplex digitali con L’Espresso) e di eliminare i costi della quotazione della controllata, non più giustificata dall’attività residua della società dopo la cessione di La7.
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