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Stop per i datori di lavoro alle app di tracciamento anti-covid

Stop per i datori di lavoro alle app di tracciamento anti-covid. Ma vanno bene i dispositivi elettronici che aiutano a mantenere il social distancing. A condizione che non trattino dati personali. Sono utilizzabili solo gli apparecchi che misurano la distanza tra le persone o contano gli individui o simili. Non sono conformi al Regolamento Ue sulla privacy, invece, quegli strumenti che raccolgono informazioni su persone identificate o identificabili.

È quanto desumibile da alcune risposte (faq) del Garante pubblicate sul sito www.garanteprivacy.it ad altrettanti quesiti relativi al trattamento dei dati da parte delle aziende in funzione anti-Covid. Il problema si inserisce nel contesto molto delicato della responsabilità dei datori di lavoro, stretti tra due fuochi. Da un lato hanno l’obbligo di garantire l’integrità psico-fisica del lavoratore, dall’altra devono rispettare la normativa sulla privacy. Questo porta in apparenza a credere che la responsabilità sia minimizzata, se non azzerata, se si utilizzano dispositivi tecnologici. Per quanto questo dilemma sia mal posto, con pragmaticità il Garante ha fornito importanti chiarimenti.

Il primo riguarda le app che consentono ricostruire, in caso di contagio, i contatti significativi avuti in un periodo di tempo al fine di ricostruire la catena dei contagi ed allertare le persone entrate in contatto stretto con soggetti positivi. Sul punto il Garante precisa che, al momento, c’è una sola app di contact tracing prevista dalla legge ed è Immuni (articolo 6 del dl 28/2020 convertito dalla legge 70/2020). Va rimarcato che questa app è stata varata per il territorio nazionale (e non per il contesto aziendale) ed è stata valutata dallo stesso Garante rispetto all’impatto privacy. La risposta del Garante vuol dire che per usare app di tracciamento ci vuole una legge che la autorizzi e ci vuole una valutazione di impatto privacy: non basta solo la seconda (ci vuole anche il fondamento normativo). Attenzione, quindi, a usare applicazioni di questo tipo, che tra l’altro rischiano di essere inefficaci e comunque sproporzionate.

Altro discorso per quegli strumenti che aiutano a tenere il distanziamento sociale, ma che non trattano dati. Quindi, passano il vaglio del Garante i dispositivi non associati o associabili, anche indirettamente (ad esempio attraverso un codice o altra informazione), all’interessato e che non prevedono la registrazione dei dati trattati. Sul mercato si trovano applicazioni che effettuano il conteggio del numero delle persone che entrano ed escono da un determinato luogo, attivando un “semaforo rosso” al superamento di un prestabilito numero di persone contemporaneamente presenti. Si trovano anche dispositivi indossabili che emettono un avviso sonoro o una vibrazione in caso di superamento della soglia di distanziamento fisico prestabilita, ma senza tracciare chi indossa il dispositivo e senza registrare alcuna informazione.

E ancora ci sono applicativi collegati ai tornelli di ingresso che, attraverso un rilevatore di immagini, consentono l’accesso solo a persone che indossano una mascherina, ma nuovamente senza registrare alcuna immagine o altra informazione. L’utilizzabilità di questi strumenti non è però incondizionata: in questi casi, dice il Garante, spetta comunque al titolare verificare il grado di affidabilità dei sistemi, predisponendo misure in caso di malfunzionamento dei dispositivi o di falsi positivi o negativi. Quindi, il datore di lavoro deve analizzare questi sistemi, perché di fronte alla privacy è lui il responsabile (per le sanzioni amministrative e anche per le cause di risarcimento del danno).

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