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Stop all’ingiunzione senza visto

È nulla l’ingiunzione di pagamento per la riscossione delle entrate locali se il funzionario dell’ente non appone il visto di esecutività sull’atto, il quale serve ad attestare che il credito sia certo, liquido ed esigibile. La stessa regola deve essere osservata qualora l’attività di riscossione sia stata affidata dall’ente a un concessionario. Lo ha affermato la Commissione tributaria regionale della Puglia, sezione staccata di Lecce (24), con la sentenza 2249 del 16 luglio 2019.

Per i giudici d’appello, il funzionario responsabile, dopo aver verificato la morosità del contribuente, può emettere l’ingiunzione a carico del debitore. Nell’atto, però, deve apporre il «visto di «esecutorietà o esecutività», che attesta la certezza, liquidità e esigibilità del credito. Poi, «sottoscrive la singola ingiunzione e il visto». Nel caso in cui questa attestazione manchi, non è possibile emettere l’ingiunzione. Il visto va sempre apposto, «anche per le gestioni in concessione». La funzione del visto di esecutorietà, secondo la commissione regionale, è quella di tutelare il diritto di difesa del debitore. La regolarità «dei ruoli» può essere garantita solo dal responsabile dell’ente locale e non dal «concessionario privato incaricato della gestione del servizio di riscossione».

L’ingiunzione di pagamento è stata annullata per la mancata apposizione sull’atto del visto di esecutività del funzionario responsabile, la cui finalità sarebbe quella di attestare che il credito sia certo, liquido e esigibile. La stessa regola, secondo il giudice d’appello, dovrebbe essere osservata qualora l’attività di riscossione sia stata affidata dall’ente a un concessionario. Questa pronuncia si pone in palese contrasto con le norme di legge che disciplinano l’attività di riscossione coattiva a mezzo ingiunzione. È da tempo pacifico che l’ingiunzione deve essere sottoscritta dal funzionario responsabile o dal legale rappresentante della società concessionaria, in caso di affidamento in concessione della relativa attività. L’ingiunzione di pagamento è, ex lege, esecutiva di diritto. La pronuncia della Ctr di Lecce contrasta con l’articolo 2 del regio decreto 639/1910, che disciplina l’ingiunzione di pagamento, e con l’articolo 229 del decreto legislativo 51/1998. Quest’ultima norma prevede espressamente l’esecutività di diritto dell’atto. Nello specifico, l’articolo 2 dispone che l’ingiunzione consiste nell’ordine, emesso dall’ente creditore, di pagare la somma dovuta. Prima delle modifiche apportate alla suddetta disposizione, era imposto che l’ingiunzione dovesse essere «vidimata e resa esecutoria dal pretore». Tuttavia, da tempo questo adempimento è venuto meno, poiché il citato articolo 229 ha stabilito che «il potere del pretore di rendere esecutivi atti emanati da autorità amministrative è soppresso e gli atti sono esecutivi di diritto». Tra l’altro, anche in passato non è mai stato richiesto al funzionario dell’ente (o al concessionario) di apporre il visto di esecutorietà sull’ingiunzione. Il funzionario responsabile rende il provvedimento esecutivo con la sottoscrizione. E da più di 20 anni il visto di esecutorietà non deve essere apposto neppure dal pretore.

Riscossione coattiva delle entrate locali e termini. L’ingiunzione di pagamento è disciplinata dal regio decreto 639/1910. Si tratta di uno strumento istituito per il recupero delle entrate patrimoniali, che è alternativo alla cartella per riscuotere i crediti dell’ente. L’articolo 52 del decreto legislativo 446/1997, però, ne ha esteso l’ambito di applicazione a tutte le entrate locali, tributarie ed extratributarie. Dal 1° gennaio 1998 l’ingiunzione può essere utilizzata dalle amministrazioni territoriali, nonché dai concessionari iscritti all’albo ministeriale di cui all’articolo 53 del citato decreto 446, nella qualità di affidatari del servizio, qualora decidano di non avvalersi per la riscossione coattiva del ruolo e della cartella di pagamento. Il ricorso all’ingiunzione consente anche al concessionario privato di utilizzare le procedure esecutive disciplinate dal dpr 602/1973 (fermo amministrativo, ipoteca, pignoramento mobiliare e immobiliare, presso terzi). Alle amministrazioni pubbliche e ai concessionari privati non è concesso invece l’accesso all’Anagrafe dei conti intrattenuti dai clienti, debitori, con le banche. L’ingiunzione è un atto che può esser emanato dopo l’espletamento delle fasi di accertamento o liquidazione delle somme dovute all’ente impositore e presuppone un titolo esecutivo. Il procedimento di coazione consiste in un ordine di pagamento con cui l’ente impositore intima di pagare, entro un preciso arco di tempo, l’importo richiesto pena gli atti esecutivi. Se la somma da recuperare è un tributo, il contribuente può impugnare l’ingiunzione entro 60 giorni innanzi alla commissione tributaria provinciale competente per territorio. In presenza di un’entrata avente natura diversa, il termine per ricorrere è 30 giorni e l’opposizione va proposta davanti al giudice ordinario. L’ingiunzione deve necessariamente contenere l’indicazione del petitum e della causa pretendi, ovvero una precisa individuazione di ciò che si intende recuperare e delle ragioni poste a base della pretesa. Queste indicazioni costituiscono requisiti indispensabili dell’atto. L’articolo 7 della legge 212/2000 (Statuto dei diritti del contribuente) dispone che gli atti dell’amministrazione finanziaria e dei concessionari devono indicare i presupposti di fatto e le ragioni giuridiche che hanno determinato la decisione. Se nella motivazione si fa riferimento a un altro atto, questo deve essere allegato all’atto che lo richiama. Sul titolo esecutivo va riportato il riferimento all’eventuale precedente atto di accertamento o, in mancanza, la motivazione della pretesa tributaria. Va necessariamente indicato il titolo esecutivo che legittima la notifica dell’ingiunzione. E qualora il credito venga contestato dall’opponente, come chiarito dalla Corte d’appello di Bologna con la sentenza 2243/2017, va fornita prova idonea a giustificare la pretesa. Anche se grava su l’opponente produrre le prove per contestare l’ingiunzione, all’amministrazione pubblica è comunque imposto di fornire la documentazione idonea a dimostrare la fondatezza del suo credito. Per i giudici ordinari, il fatto che spetti a colui che contesta l’ingiunzione l’onere di provare l’infondatezza della pretesa creditoria dell’ente locale, «non esonera di certo il soggetto emittente della ingiunzione a produrre ogni documentazione probante il credito così azionato». Specialmente, se l’opponente eccepisce la validità dei documenti prodotti in giudizio dall’amministrazione.

Bisogna ricordare che la Finanziaria 2007 (legge 296/2006) ha fissato in modo chiaro i termini per l’accertamento dei tributi locali e per il recupero delle somme non versate o versate in ritardo. Anche per la riscossione coattiva è stato imposto un termine per la notifica del titolo esecutivo (articolo 1, comma 163). Deve essere notificato al contribuente, a pena di decadenza, entro il 31 dicembre del terzo anno successivo a quello in cui l’accertamento sia divenuto definitivo. Per tutte le altre entrate diverse da quelle tributarie, invece, normalmente la legge non fissa termini di decadenza, ma di prescrizione.

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