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Stop all’impresa più flessibile

L’amministratore, anche se presta attività in azienda, è escluso dal calcolo della forza lavoro ai fini dell’applicazione della sanzione dello stop all’attività d’impresa. L’esclusione, stabilita dal ministero del lavoro nella nota prot. n. 7127/2015, è giustificata dal fatto che, pur essendo «lavoratore» (perché svolge attività lavorativa nell’impresa), di fatto conserva i tipici poteri datoriali, cosa che consente di escluderlo dalla nozione di lavoratore di cui all’art. 2, comma 1, lett. a, del dlgs n. 81/2008 (T.u. sicurezza).

Lo stop all’attività d’impresa. I chiarimenti sono arrivati a risposta di un quesito in cui è stato chiesto di specificare l’esatta individuazione della c.d. «micro impresa» e delle categorie di prestatori di lavoro computabili per l’adozione del provvedimento di sospensione. Quest’ultimo, ai sensi dell’art. 14, comma 1, del T.u. sicurezza, è una sanzione emessa qualora venga riscontrato:

a) l’impiego di personale non risultante dalla documentazione obbligatoria in misura pari o superiore al 20% del totale lavoratori presenti sul luogo di lavoro, salvo che il lavoratore irregolare risulti l’unico occupato dall’impresa; oppure

b) gravi e reiterate violazioni in materia di tutela della salute e della sicurezza sul lavoro.

Il calcolo degli occupati. Nel calcolo degli occupati (per la verifica della percentuale del 20% dei lavoratori irregolari), il ministero ha spiegato che vanno considerati lavoratori in nero anche «tutti i soggetti comunque riconducibili all’ampia nozione di cui all’art. 2, comma 1 lett. a, del dlgs n. 81/2008, rispetto ai quali non si sia provveduto a formalizzare il rapporto, comprendendovi anche i soggetti che pur risultando indicati nella visura Cciaa in quanto titolari di cariche societarie svolgono attività lavorative a qualsiasi titolo » (circolari nn. 30/2008 e 33/2009). Nel novero dei «lavoratori», pertanto, vanno inclusi i soci, anche se investiti di particolari poteri, qualora svolgano attività lavorativa nell’impresa.

Chi è il «lavoratore». Nel riconsiderare il criterio di calcolo, il ministero chiarisce e delimita adesso la nozione di «lavoratore» ricorrendo alla definizione del citato art. 2, comma 1, lett. a, del T.u. sicurezza, per la quale la qualifica spetta alla «persona che, indipendentemente dalla tipologia contrattuale, svolge un’attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un mestiere, un’arte o una professione ( ) Al lavoratore così definito è equiparato il socio lavoratore di cooperativa o di società, anche di fatto che presta la sua attività per conto delle società e dell’ente stesso».

In quest’ottica, spiega il ministero, è possibile porre la persona del lavoratore in una posizione di alterità, all’interno dell’organizzazione aziendale, rispetto alla figura del datore di lavoro. In altre parole, aggiunge il ministero, ciò pare giustificare «la sostanziale diversità che intercorre tra coloro che, prestando attività lavorativa a favore dell’impresa, rivestono la carica di amministratori, e sono dotati, pertanto, dei tipici poteri datoriali, e chi invece, pur appartenendo alla compagine societaria, non dispone di tali poteri gestori»: nel primo caso non c’è dissociazione tra le figure di datore e prestatore di lavoro; pertanto, non è possibile computare tali soggetti nella categoria dei lavoratori, ai fini del calcolo della percentuale per l’applicazione del provvedimento di sospensione. Sono tali, ad esempio, i soci amministratori che prestano attività lavorativa in azienda, con la conseguenza che tale esclusione opera anche nell’eventualità in cui venga rilevata la presenza di un solo lavoratore «in nero».

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