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Stop alle verifiche per «medie»

Lo scostamento della redditività rispetto a quella media riscontrabile in aziende del medesimo settore può costituire solo una presunzione semplice, insufficiente a provare la fondatezza dell’accertamento. È questo il principio che emerge dalla Ctr della Lombardia, sezione staccata di Brescia, con la sentenza 72/65/2012 depositata il 14 giugno 2012 (relatore Vicini).
Ma vediamo i fatti. L’agenzia delle Entrate ha rettificato il reddito d’impresa di una società in quanto, in base all’indice di redditività medio del settore determinato dall’ufficio, risultava inferiore. L’atto è stato così impugnato dinanzi alla Ctp, evidenziando che il metodo accertativo adottato era simile ai più classici studi di settore e pertanto era necessario un preventivo contraddittorio, oltre che ulteriori elementi a sostegno della pretesa. La contribuente aveva rilevato, inoltre, che dall’applicazione di Gerico i ricavi risultavano congrui e dall’avviso di accertamento non emergeva il perché l’ufficio avesse disatteso questo metodo presuntivo.
I giudici di primo grado hanno accolto il ricorso rilevando che l’accertamento rappresentava proprio una sorta di studio di settore artigianale, basato sulla media aritmetica di dati di aziende locali, senza, tra l’altro, che fosse stato attivato preventivamente il necessario contraddittorio. L’amministrazione ha impugnato la sentenza eccependo che la pretesa non era fondata sugli studi di settore, ma la discrepanza tanto significativa rispetto alle medie di settore portava a ritenere inattendibili i ricavi dichiarati.
La Commissione regionale, respingendo l’appello, ha osservato che l’accertamento compiuto dall’ufficio poggia su una rilevazione statistica della redditività delle aziende del medesimo settore. Per questa ragione è assolutamente verosimile l’assimilazione del metodo a quello degli studi di settore, rendendo così applicabili le medesime argomentazioni che la giurisprudenza di legittimità ha formulato.
Una rilevazione statistica può valere esclusivamente quale “supporto razionale” per l’attività di accertamento e anche se le differenze rispetto al settore di appartenenza possono essere presunzioni semplici devono essere confortate da altri indizi. Assimilando dunque la metodologia a quella da studi di settore, a questi elementi è attribuita una valenza meramente presuntiva. Di conseguenza non costituiscono un fatto noto e certo, capace di rivelare con rilevante probabilità il presunto reddito del contribuente. Queste differenze – hanno concluso i giudici di appello – legittimavano sì l’avvio di una procedura finalizzata all’accertamento, ma i risultati dovevano essere corretti in modo da fotografare la realtà aziendale. Ulteriori elementi a sostegno delle presunzioni, nel caso in esame, non erano stati forniti, e pertanto l’accertamento doveva essere annullato.
La Commissione ha rilevato, inoltre, altri elementi di nullità dell’atto. In particolare non era dato sapere sulla base di quali dati l’ufficio avesse realizzato le proprie elaborazioni statistiche, in quanto non era stato prodotto un dettaglio con l’indicazione delle aziende considerate. Questa carenza viziava ulteriormente l’atto per difetto di motivazione. Non solo. La Commissione ha rilevato anche che, stante la coincidenza del metodo con quello da studi di settore, era necessario un contraddittorio preventivo, pena la nullità. La pronuncia potrebbe indurre alcuni uffici dell’agenzia delle Entrate (si veda «Il Sole 24 Ore» del 14 febbraio 2011) a non perseverare nell’utilizzo di una metodologia di accertamento a “tavolino”, basata solo su rettifiche dei ricavi di impresa, perché alcuni indici dichiarati dai contribuenti non sono in linea con quelli delle medie di settore. In molti casi, oltretutto, come in questo, le rettifiche sono state operate anche in presenza di congruità e coerenza rispetto agli studi di settore.

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