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Stop alla divisione dell’euro, ma si apre il dossier Francia

di Luigi Offeddu

BRUXELLES — La parola che non poteva essere pronunciata, «riduzione», è stata pronunciata, discussa, negata, e perfino tradotta in cifre: 50 per cento del prodotto interno lordo dell'Europa, per dirla con José Manuel Barroso, potrebbe costare «in una prima fase» la riduzione o lo scioglimento della zona euro, per non parlare dell'intera Unione Europea. E il 3% del Pil, e un milione di posti di lavoro, per la Germania soltanto. Un ciclone. Ma allora, chi può progettare una follia del genere, l'euro che chiude il ponte levatoio e butta fuori i villici, i valvassori? Proprio la castellana Germania spaventata dalla crisi, secondo le fonti citate l'altro ieri da qualche agenzia di stampa; e anche la Francia, che pure ha qualche grana come un deficit gagliardo.
Mobilitati alcuni esperti, negli ultimi giorni Parigi e Berlino avrebbero dunque discusso l'ipotesi di come meglio rinserrare la «governance», cioè la guida dell'eurozona, lasciando ai margini i Paesi più gracili o indebitati e tenendo nella sala dei bottoni i 9 Paesi più solidi, per ora innominati: la vecchia idea dell'Europa a due velocità, riletta sotto le fiamme di quest'ultima crisi e in previsione dell'allargamento dell'Unione a Balcani e Turchia.
Detto, e smentito: «fantasie, speculazioni», mai fatte chiacchierate di quel tipo, hanno dichiarato ieri i portavoce di Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. E Bruxelles: «Non ne sappiamo nulla». E Jean-Claude Juncker, presidente dell'Eurogruppo: «Stupidaggini!». Ma le voci continuano a circolare. Come un discorsetto fatto all'università di Strasburgo dallo stesso Sarkozy: «Chiaro, ci sarà una Ue a due marce: una tesa a una maggiore integrazione nell'euro e una, come dire, più confederale». Cioè più elastica, più periferica, meno protetta. Sarkozy lascia intendere che la sua marcia sarà la prima. Ma le cronache dicono ben altro: da settimane — è di ieri l'ultima smentita — circolano voci su un declassamento del voto attribuito dalle agenzie di rating alla Francia, l'ambitissima «tripla A». E le previsioni economiche appena diffuse dalla Commissione Europea dipingono una nazione in profondo disagio: il deficit francese previsto per il 2011, 2012 e 2013 sarà pari al 5,8, 5,3 e 5,1% del Pil, a tratti il doppio di quello italiano e il quintuplo di quello tedesco; presumibilmente la tessera d'ingresso fra i 9 Paesi timonieri d'Europa richiederà qualcosa di più.
Una parola di fiducia nella «vecchia» Ue la dice invece un americano di nome Barak Obama: «Quello che stiamo provando a chiedere a tutta l'Europa, in primis Francia e Germania che hanno maggiore influenza, è raggiungere un serio accordo con la Grecia. E credo che ci stiano provando. Poi, per l'Italia, bisogna che l'Ue invii un segnale chiaro ai mercati, dicendo che lei stessa farà la sua parte, e accertandosi così che l'Italia superi questa crisi di liquidità».
Il vero problema, spiegano altri nei corridoi della Commissione Europea, è che fra i parenti poveri da lasciare sul pianerottolo, secondo il presunto piano franco-tedesco, fra poco potrebbe esservi la stessa Francia. E poi, bisognerebbe modificare il Trattato di Lisbona, già costato anni e anni di zuffe. «Noi non vogliamo toccare la zona euro — precisa Berlino — ma stabilizzarla com'è oggi: è il solo nostro obiettivo da quando è iniziata la crisi». E ancora, verbo della stessa Merkel: «Indipendentemente dal sapere se qualcuno sia membro dell'euro o ancora non lo sia, noi siamo un'unione a 27, che certo deve confrontarsi con delle sfide, ma abbiamo un mercato comune, un Trattato di Lisbona». Però non sarà certo un caso se Barroso, che della Commissione Europea è il capo, ha detto sempre ieri: «Un'Europa divisa non funzionerà mai». O se Olli Rehn, Commissario europeo agli affari economici, gli ha fatto subito da contro-canto: «Non mi piace e non accetto la divisione tra un euro di serie A ed un euro di serie B». Forse qualcosa bolle davvero in pentola: anche perché nessuna pentola bolle così bene, come quelle alimentate dalla paura.
 

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