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Stop alla conciliazione obbligatoria

Due righe scarne di comunicato per strangolare una conciliazione ai primi vagiti. Tra un po’ di tempo saranno note le motivazioni e anche una riflessione sul piano giuridico potrà essere fatta con maggiore cognizione di causa, ma di certo la nota con la quale ieri la Corte costituzionale ha diffuso la notizia della bocciatura della disciplina sulla mediazione per eccesso di delega e sotto il profilo dell’obbligatorietà del tentativo, ha una portata dirompente. Nell’immediato e soprattutto in prospettiva. Perché il ministero della Giustizia molto aveva scommesso sulla forza della conciliazione come strumento per arginare il dilagare del contenzioso.
Se il ministro Severino per ora abbozza, già in Parlamento c’è chi sta pensando a possibili contromiusure per fronteggiare le conseguenze della sentenza. A ispirare le mosse quegli organismi di conciliazione che più hanno investito e che adesso vedono un futuro assolutamente incerto. Sarebbero in corso di presentazione emendamenti al decreto legge sviluppo 2.0 per conservare l’obbligatorietà della conciliazione, legandola però a un orizzonte temporale solo di alcuni anni.
La bocciatura era attesa da molti. Tanto che l’allora ministro Angelino Alfano, che il tentativo di mediazione come condizione di procedibilità introdusse nel 2010 e poi difese, venne fatto oggetto di una contestazione senza precedenti al congresso forense di Genova per avere voluto tenere il punto proprio sull’obbligatorietà.
Nei fatti, però, a confermarlo sono gli stessi dati del ministero, la conciliazione ha stentato. Anche dopo l’entrata a regime a marzo di quest’anno della fase due, che ha esteso il vincolo del tentativo anche a materie cruciali per il contenzioso civile come il condominio e il risarcimento danni da incidente stradale, i numeri delle mediazioni concluse con successo è stato tutto sommato assai basso. Dopo un anno di applicazione, infatti, quando però ancora l’estensione doveva dispiegare tutti i suoi effetti a dire il vero, i procedimenti che si erano conclusi con un accordo, senza dovere quindi approdare davanti all’autorità giudiziaria, erano circa 12.000 a fronte di un numero di controversie scritte pari a circa 90.000. Esito non brillantissimo, che fotografa una realtà a suo modo poco confortante: nella stragrande maggioranza dei casi il convenuto neppure si presentava al tentativo e quindi il procedimento veniva definito sì ma con un nulla di fatto in termini di intesa preliminare. Si prendeva atto del fallimento del tentativo e poi si andava davanti al giudice. Quando invece le parti riuscivano a incontrarsi, nella metà dei casi si arrivava all’accordo.
Per tentare di smuovere le acque il legislatore ha provato a penalizzare la contumacia con sanzioni di natura pecuniaria. Senza grandi risultati però, anche se il numero delle liti interessate è andato via via aumentando proprio per l’allargamento a nuove materie. E a crescere è stato anche l’interesse di chi intendeva proporsi come mediatore, tanto che l’elenco tenuto dal ministero conta ormai 948 enti che si propongono come mediatori, molti costituiti anche da avvocati. Adesso il verdetto della Consulta produrrà presumibilmente l’azzeramento di molti di questi organismi. Sarà invece salutato con soddisfazione soprattutto da quella parte dell’avvocatura, pressoché tutte le organizzazioni di categoria, che della cancellazione della mediazione obbligatoria aveva fatto un bandiera e che adesso, alla vigilia del congresso nazionale di Bari, può sicuramente mettere in carniere un successo importante. Avvocatura che più volte, peraltro, aveva messo nel mirino gli organismi di conciliazione sospettandoli di scarsa trasparenza e soprattutto di assoluta impreparazione. E poco di visibile il ministero aveva sinora fatto sul fronte dei controlli.
Resta, è vero, e il ministro Paola Severino l’ha sottolineato ieri, la conciliazione non obbligatoria. Ma su questo versante sarà difficile ottenere risultati significativi in termini di deflazione delle controversie civili.

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