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Stop al legale «complice»

di Carmelo Padalino

È contrario ai doveri deontologici e non ha nulla a che vedere con la tutela del legittimo diritto di difesa del cliente il comportamento dell'avvocato che si adoperi al fine di consentire all'assistito, in causa con la propria moglie, di vendere la casa familiare, vanificando, in tal modo, il diritto delle figlie minori di abitarvi e sottraendo l'unica possibile fonte di soddisfacimento dei loro diritti familiari.

Tale principio è stato affermato dalle Sezioni Unite della Cassazione, sentenza 26 maggio 2011 n. 11564, che hanno confermato la sospensione di cinque mesi dall'esercizio della professione forense nei confronti di un avvocato che, con il proprio comportamento scorretto (attuato, anche, mediante corrispondenza con il collega di controparte, funzionale alla necessità di far trascorrere il tempo), aveva consentito, da un lato, alla società di cui era titolare di quote societarie (e di cui la figlia era amministratrice) di acquistare un immobile del proprio cliente a un prezzo inferiore a quello di mercato, e, dall'altro, aveva agevolato il marito, in pendenza di una controversia con la moglie, a disfarsi dell'immobile adibito a casa familiare, vanificando il diritto delle due figlie minori ad abitarvi, poiché la citata società, subito dopo l'acquisto, aveva avviato la procedura di rilascio nei confronti della moglie e delle figlie con lei conviventi.

La pronuncia si inquadra nel solco di quell'orientamento in base al quale l'esercizio della professione forense nelle procedure in cui sono coinvolti i minori (in generale nelle procedure familiari) richiede il possesso di «competenze adeguate alla particolarità e alla delicatezza della funzione da assolvere» (Corte costituzionale, sentenza 22 giugno 2004 n. 178).

Ciò significa che l'avvocato, in tali procedure, ha il dovere di assolvere la propria funzione con lealtà e correttezza, considerato che egli rappresenta, dopo la crisi familiare, il primo referente dei genitori e costituisce il canale di collegamento tra questi e l'autorità giudiziaria, in quanto veicola le domande delle parti e prospetta la vicenda familiare nei termini ritenuti più opportuni. Ne consegue che la conflittualità dei coniugi potrebbe aumentare o diminuire a seconda del parere reso dal legale, ovvero del comportamento assunto nella gestione del conflitto coniugale.

In questa materia, compito primario dell'avvocato è quello di responsabilizzare i coniugi, sollecitandoli a rispettare il dovere di leale cooperazione e collaborazione nell'accertamento dei fatti rilevanti ai fini della decisione (sia in ordine alle esigenze economiche e personali dei figli, sia alla determinazione delle loro capacità patrimoniali), fino al punto di fornire in giudizio anche elementi contrari al proprio personale interesse, in applicazione del principio di responsabilità genitoriale (che rappresenta uno dei criteri informatori del diritto di famiglia e minorile). D'altra parte, le peculiarità delle regole che disciplinano gli oneri processuali delle parti differenziano i processi matrimoniali da ogni altro processo civile e il temperamento del diritto di difesa, garantito a ogni parte ai sensi dell'articolo 24 della Costituzione, trova fondamento in altri valori costituzionali, indicati dagli articoli 29 e 30.

Non solo le parti, ma anche i loro difensori hanno un obbligo di lealtà ulteriore rispetto a quello previsto dall'articolo 88 del Codice di procedura civile; un onere di trasparenza che impone a ciascuno dei genitori di palesare la propria posizione economica e personale, senza potersi trincerare dietro lo scudo del diritto di difesa.

Un forte richiamo ai doveri dell'avvocato al fine di garantire una gestione civile del giudizio di separazione personale dei coniugi è contenuto in una recente pronuncia della corte d'appello di Cagliari (ordinanza 26 marzo 2011), secondo cui, nell'interesse dell'equilibrio psicofisico dei figli minori, sarebbe necessario che nessuno dei coniugi si radicasse nella difesa della propria presunta ragione e della certezza dell'altrui torto: «riconoscere in tali termini il conflitto sarebbe l'unico presupposto che, con una accorta attività dei difensori ed un aiuto efficace dei servizi sociali competenti, potrebbe portare ad una auspicabile definizione conciliativa della controversia o, quanto meno, ad una civile gestione della stessa» (in quel caso, i coniugi erano animati da un reciproco rancore che superava la normale instabilità emotiva che seguiva alla separazione).

 

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