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Stop ai ticket, si pagherà in base al reddito

ROMA — Ticket è una parola che suona odiosa e il ministro della Salute la evita accuratamente. Meglio dire «compartecipazione», cioè un contributo alle spese di esami, visite, analisi col quale ogni cittadino condivide le spese del servizio sanitario pubblico. È confermato, niente ticket, dal 2014 entrerà un nuovo sistema basato sulle franchigie: «Stabiliremo una quota che verrà pagata in relazione al reddito. Oltre un certo limite scatta per tutti la gratuità», ribadisce il professor Renato Balduzzi che già da diversi mesi sta lavorando su questo progetto.
È partito un giro di consultazioni anche a livello politico. Per ora la mini riforma non compare fra i provvedimenti della bozza del decretone sulla sanità che, tra l’altro prevede la revisione dell’intramoenia (libera professione del medico ospedaliero) e la ricetta elettronica. «C’è tempo, non abbiamo fretta», aggiungono al ministero, il più coinvolto dai tagli della spending review oggi all’esame dell’aula del Senato dopo l’approvazione in commissione Bilancio. Il governo ha annunciato che apporrà la fiducia.
La franchigia, ha spiegato Balduzzi in un’intervista a Tgcom24, funzionerà in base a reddito e patologia: «Questo aiuterà ad esempio i malati cronici. Il limite sarà tecnico e servirà anche per dissuadere i comportamenti di inappropriatezza». Che sono una delle maggiori voci di spreco negli ospedali. Ma c’è un’ altra ragione per cui i nuovi ticket, valore 2 miliardi, previsti dalla Finanziaria 2011 di Tremonti, verranno superati. La reintroduzione è stata bocciata dalla Corte Costituzionale in seguito al ricorso del Friuli Venezia Giulia. Se la norma fosse stata giudicata legittima i cittadini avrebbero dovuto sostenere contributi alla spesa in aggiunta rispetto a quelli già esistenti.
Già prima della sentenza Balduzzi ipotizzava vie alternative «più eque e sostenibili» oltre che tecnicamente più semplici da applicare. Se ne riparlerà più avanti, in autunno. I meccanismi delle franchigie vanno ben congegnati per garantire alle fasce più deboli prestazioni gratuite.
Adesso l’attenzione è tutta rivolta al provvedimento sulla revisione della spesa. Ed è proprio il contenuto dell’articolo 15 sulla sanità a far rivoltare le categorie colpite. Dopo l’emendamento approvato sabato in tarda ora che obbliga la prescrizione del principio attivo, anziché del farmaco di marca, Farmindustria ieri ha convocato la riunione del Comitato di presidenza: «Un’iniziativa ideologica. Sul piano economico non si risparmierà un euro. È stato un colpo di mano, le aziende non reggeranno e qualcuno se ne assumerà le responsabilità», critica Massimo Scaccabarozzi, presidente dell’associazione.
Il comma 11bis prevede che il medico che cura per la prima volta un paziente cronico o affronta un nuovo episodio di patologia non cronica «è tenuto ad indicare nella ricetta del servizio sanitario nazionale la sola denominazione del principio attivo» nel caso siano disponibili più farmaci equivalenti, quelli usciti di brevetto e che dunque possono essere prodotti da aziende diverse dall’originaria. In media costano 1-2 euro in meno. In Italia la spinta verso questo mercato è storicamente stata poco decisa. I malati cronici già in terapia, in gran parte anziani, sono esclusi dalla restrizione perché si è voluto tener conto della loro abitudine anche visiva al medicinale.
Un giro di vite rispetto alla legge sulle liberalizzazioni che lasciava libero il medico di apporre la scritta «non sostituibile» se il prescrittore riteneva di dover indicare proprio quel farmaco. Novità che i medici di famiglia della federazione Fimmg avevano accolto male annunciando di mantenersi sulla linea della non sostituibilità. Il nuovo obbligo li riporterà sulle barricate. Stavolta chi non scrive il nome del principio attivo e opta per il cosiddetto prodotto originale dovrà motivare la sua scelta. Forte preoccupazione di Confindustria: «Sosteniamo l’appello dell’industria farmaceutica al presidente del Senato, governo e forze politiche di rivedere questa posizione e accantonarla. L’introduzione di questo obbligo non si giustifica in termini di risparmio».

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