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Stop ai Tar, coro di no

Salvate le sezioni distaccate. Avvocati e magistrati scendono in trincea contro la decisione del governo di chiudere otto sezioni decentrate dei Tribunali amministrativi regionali. Un provvedimento inserito nel decreto legge n. 90/2014, art. 18 comma 1, e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 144 dello scorso 24 giugno.

Una scelta dettata dall’esigenza di contenere la spesa pubblica, secondo l’Esecutivo. Un’operazione che servirà soltanto a ingolfare la macchina della giustizia, secondo gli addetti ai lavori.

Le sedi immolate sull’altare della spending review sono quelle di Catania, Lecce, Reggio Calabria, Salerno, Latina, Pescara, Parma e Brescia. Si salva solo la sezione autonoma per la provincia di Bolzano. Tutte le altre sedi chiuderanno i battenti dal prossimo 1° ottobre. Un fulmine a ciel sereno per i territori interessati, considerati anche i tempi strettissimi per traslocare.

Le reazioni delle associazioni di categoria non si sono fatte attendere. Ad aprire il fuoco di fila contro il governo è stata l’Associazione nazionale magistrati amministrativi (Anma), fortemente critica per la mancata concertazione e perplessa sulla legittimità costituzionale della misura, veicolata da un decreto legge, pur in assenza degli indispensabili requisiti di necessità e urgenza. È aspra anche la posizione del Consiglio nazionale forense (Cnf), secondo il quale si tratta dell’«ennesimo intervento svincolato da un disegno complessivo di razionale riforma, anche in considerazione delle criticità sempre più emergenti nell’attuazione della riorganizzazione della geografia giudiziaria civile e penale».

Da nord a sud, toghe e professionisti si dicono pronti alle barricate, contro un provvedimento non assimilabile, per natura e utenza, con la soppressione dei «tribunalini» ordinari. È particolarmente acceso il fronte catanese, considerato che la sezione locale, terzo ufficio giudiziario amministrativo d’Italia, presenta un contenzioso e un organico superiore rispetto alla sede centrale di Palermo. Logico, quindi, che chiedere ospitalità agli invisi «cugini» risulti particolarmente indigesto e che appaia problematico anche da un punto di vista logistico. Il Tar del capoluogo siciliano, oltretutto, non pare attrezzato per ospitare le quattro sezioni etnee. Una sede pericolante, quella palermitana, come evidenziato anche da un sopralluogo dei vigili del fuoco e sulla quale pende perfino un giudizio di sfratto. Rimostranze messe nero su bianco dal presidente del tribunale siculo, Filoreto D’Agostino, in una lettera indirizzata al presidente della repubblica. L’intervento di Napolitano è stato chiesto anche dai vertici dei tribunali di Brescia e Reggio Calabria. Il presidente del Tar bresciano sottolinea la riduzione di un quinto del contenzioso pendente, ottenuta tra il 2012 e il 2013, e la competenza a decidere su grandi appalti e opere pubbliche, quali l’Expo 2015 e l’alta velocità ferroviaria, per le province di Bergamo, Cremona e Mantova. Non ci sta neanche Reggio Calabria, in media un migliaio di ricorsi l’anno, chiamata a trasferirsi archivio e poltrone nella sede centrale di Catanzaro, a 160 km di distanza. Per il presidente della sezione distaccata, Roberto Politi, la decisione produrrà un aggravio degli oneri per le finanze pubbliche. Se la sede reggina, infatti, non paga un canone di locazione, trattandosi di un locale demaniale, quella di Catanzaro è invece privata e sarebbe in ogni caso da abbandonare.

Entro il prossimo 15 settembre dovrà ora essere emanato il decreto attuativo, che determini le modalità di trasferimento del contenzioso pendente, nonché delle risorse umane e finanziarie. Nel frattempo scatta per tutti la caccia all’immobile e già si mette in conto l’ulteriore dilatazione dei procedimenti. Un «pericolo paralisi» è quello che paventa l’Ance Sicilia, associazione dei costruttori edili, che minaccia di citare per danni lo stato. Comunque vada, insomma, si prospetta un’estate torrida.

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