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Stop ai quesiti elettorali. La Consulta: inammissibili

ROMA — Sono passate le 12 quando da palazzo della Consulta partono 4 telefonate di prassi per avvertire il capo dello Stato, i presidenti di Camera e Senato e il presidente del Consiglio. Poi, dopo una manciata di minuti, la delusione del fronte referendario — che avrebbe voluto resuscitare il «Mattarellum» abrogando per via referendaria il «Porcellum» — si materializza nel comunicato pubblicato sul sito della Consulta: «La Corte costituzionale, in data 12 gennaio 2012, ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica). La sentenza sarà depositata entro i termini previsti dalla legge».
La decisione della Corte sarebbe dovuta rimbalzare in Parlamento proprio nel momento in cui la Camera votava la richiesta di arresto per Nicola Cosentino. Un'improvvisa modifica dell'ordine del giorno voluta da Gianfranco Fini (con l'anticipazione della commemorazione di Mirko Tremaglia) ha poi ritardato i tempi dei deputati in carica che, però, hanno accolto perlopiù con sollievo il verdetto dei giudici delle leggi.
Ora il doppio no al referendum — proposto dai comitati, da Idv, Sel, Pli e da una parte del Pd con ben un milione e 200 mila firme raccolte — dovrà essere motivato. La sentenza, affidata al relatore Sabino Cassese, sarà letta nella sua stesura completa nella camera di consiglio del 23 gennaio e quindi sarà votata. Se in quell'occasione si renderanno necessarie integrazioni o cancellazioni, il deposito in cancelleria subirà un ritardo. Magari dopo il 2 febbraio quando la Corte è chiamata a dirimere il delicato conflitto sollevato dalla Camera per Silvio Berlusconi sul caso Ruby.
In questi giorni a Palazzo della Consulta verranno valutate le osservazioni al Parlamento, che potrebbero accompagnare la motivazione, sulla necessità di cambiare la legge Calderoli. Ci vorranno ancora giorni, dunque, prima di conoscere qual è il limite che si sono imposti i giudici: in maggioranza convinti che «il Porcellum» vada modificato, ma assai prudenti nel dare nuovi consigli al Parlamento anche perché quello offerto dalla Corte nel 2008 (quando il giudice Silvestri scrisse in sentenza che il premio di maggioranza era quanto meno «problematico») è rimasto ampiamente disatteso.
In ogni caso, la Consulta mette la parola fine all'avventura referendaria che ha illuso moltissimi italiani prospettando loro la possibilità (dimostratasi poi giuridicamente impercorribile) di far rivivere attraverso lo strumento referendario una legge estinta nel 2005: il «Mattarellum», appunto, il cui ispiratore, Sergio Mattarella, per una coincidenza, oggi fa parte della Corte. Probabilmente anche per Mattarella quell'operazione di «reviviscenza» o di «riespansione» — per usare le parole dei professori Pace e Sorrentino che con passione hanno difeso le ragioni del secondo quesito — non ha le basi così solide per convincere la Corte. E non è passata anche la tesi dei giuristi democratici (rappresentati dagli avvocati Pietro Adami e Paolo Solimeno) che avevano proposto una onorevole via d'uscita: sospendere il giudizio sul referendum e sollevare una questione di legittimità costituzionale sulla legge attuativa del referendum per ritardare l'entrata in vigore del risultato referendario, laddove si fosse creato un vistoso vuoto legislativo.

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