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Stop ai dividendi, la Bce al bivio. Le fondazioni e il caso italiano

Secondo le previsioni delle ultime ore, la Bce potrebbe prendere altro tempo e rinviare di qualche giorno la decisione sulla proroga, o meno, per il prossimo anno del blocco della distribuzione dei dividendi delle banche europee. Una scelta, quella dell’istituzione guidata da Christine Lagarde, assunta il 27 marzo scorso in piena emergenza pandemica e rinnovata dopo l’estate.

Lo stop al «pay out» trova un valido argomento nella necessità del sistema del credito di rafforzarsi per poter far fronte alle fragilità delle economie,delle famiglie, delle imprese. Anche dal punto di vista finanziario, la seconda ondata ha già fatto più danni della prima. Mentre la paura di un terzo maroso incrocia, adesso, la speranza di campagne vaccinali ben ideate e realizzate. E trova un argine nel rinnovo del programma di acquisto dei titoli dei Paesi comunitari da parte della stessa Bce, il cosiddetto Quantitative easing (Qe). Altro annuncio, quest’ultimo, atteso oggi o a breve.

In questo quadro, Yves Mersch, membro del direttivo della Bce, in un’ intervista al Financial Times ha accennato a possibili «deroghe». Quali? «Tutto dipenderà dalla prudenza dei modelli interni nelle banche — ha detto — dagli accantonamenti e da una sana prospettiva della traiettoria del capitale». Un’apertura che rafforza, nel confronto in corso a Francoforte, le ragioni dei banchieri europei alla guida degli istituti meglio patrimonializzati che auspicano l’approccio selettivo. Tra questi, figurano gli italiani Carlo Messina di Intesa Sanpaolo e Alberto Nagel di Mediobanca. Se la mancata remunerazione può gelare il mercato, i grandi investitori e i piccoli azionisti, per le fondazioni diventerà insostenibile. Senza dividendi, il Terzo Settore e dunque il welfare integrativo rischia di veder ridurre le erogazioni proprio quando aumentano povertà e bisogni. È questa una specificità italiana della quale la Vigilanza terrà conto?

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