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Stop agli incentivi per ridurre il cuneo

Un taglio drastico agli incentivi che non creano investimenti aggiuntivi per spostare le risorse a riduzione del cuneo fiscale. È questo il piano messo a punto da Francesco Giavazzi, il super consulente incaricato dal Consiglio dei ministri lo scorso 30 aprile. Il rapporto contenente «Analisi e raccomandazioni sul tema di contributi pubblici alle imprese», 45 pagine condite da grafici e tabelle, contiene anche uno schema di decreto legge in 6 articoli. Il tema è stato ieri al centro di un incontro tra Monti, Passera e lo stesso Giavazzi: si valuta di trasformare il piano, o almeno alcuni dei suoi principi, in norme nella terza fase della spending review che potrebbe arrivare subito dopo la pausa di agosto a meno di improvvisi peggioramenti dello scenario economico internazionale che impongano segnali forti da dare in tempi ancora più stretti.
L’obiettivo
Nel rapporto, circolato finora solo a Palazzo Chigi, il docente della Bocconi va subito al cuore del progetto: «Solo una riduzione della spesa per finanziare una corrispondente diminuzione della pressione fiscale favorisce la crescita». Incrociando diverse stime e dati in possesso della pubblica amministrazione, Giavazzi stima «in un valore non lontano da 10 miliardi all’anno» l’ammontare dei contributi eliminabili nel lungo periodo, considerando esclusivamente i contributi alle imprese in senso stretto ed eliminando dall’oggetto del rapporto sia gli incentivi finanziabili con fondi europei sia quelli diretti a compensare l’adempimento di obblighi di servizio pubblico (trasporto, sanità, istruzione). Tra gli aiuti “aggredibili” figurano contributi in conto interessi, aiuti per emittenti locali, per l’agricoltura, crediti di imposta, Far, bonus occupazionale, fondo finanza d’impresa, incentivi assicurativi e all’aeronautica. Per Giavazzi la scure che si abbatterebbe sulle imprese sarebbe comunque da accompagnare a un intervento compensativo e produrrebbe sensibili benefici sul Pil. «Un taglio della spesa, se utilizzato per ridurre la pressione fiscale, può far crescere il reddito in modo più che proporzionale». L’abrogazione di contributi per circa 10 miliardi annui «produrrebbe, nell’arco di due anni circa, un aumento del livello del Pil di 1,5%». I risparmi, come detto, dovrebbero andare in parte a incentivare le poche attività per le quali si può dimostrare un effetto aggiuntivo degli investimenti (ad esempio la ricerca e sviluppo) ma, soprattutto, dovrebbero portare alla riduzione della pressione fiscale mediante «una riduzione del “cuneo fiscale”, la differenza tra il costo del lavoro per l’impresa e il salario netto per il lavoratore», da stabilire con decreto del ministro dell’Economia. In questo modo, aggiunge il consulente incaricato da Monti, i trasferimenti ad alcune imprese si trasformerebbero in un vantaggio per tutte le imprese, «creando un ampio consenso favorevole a questi interventi».
Trasferimenti giustificabili
I 10 miliardi rappresentano una stima di lungo periodo. Nel rapporto, elaborato con il contributo di esponenti di Banca d’Italia, Istat, ministero dello Sviluppo, Ragioneria dello Stato, uffici della Commissione Ue, università Bocconi, La Sapienza, università di Cagliari, si sottolinea come alcune voci che in linea di principio sono eliminabili prevedano impegni pluriennali delle amministrazioni. In questo caso la voce sarà eliminabile solo quando si saranno esauriti gli impegni di spesa. Allo stato delle attuali informazioni, precisa Giavazzi, non è possibile stimare la quota di spesa immediatamente liberabile.
Lo schema di decreto specifica inoltre che una serie di incentivi, al realizzarsi di certe condizioni, potranno comunque essere salvati, pure all’interno del plafond stimato in 10 miliardi. In pratica, saranno ammessi solo gli incentivi per i quali è dimostrato l’effetto addizionale sull’attività delle imprese (ad esempio investimenti in innovazione superiori a quelli che si sarebbero effettuati in assenza di aiuti). Solo in questo caso si può esser certi che l’aiuto risponda a un evidente “fallimento di mercato”, «abbia cioè effetti economici positivi e desiderabili per la società nel suo complesso», e che i benefici siano superiori ai costi indiretti (amministrativi, intermediazione di mafie ecc.). Inoltre, gli incentivi che saranno salvati potranno comunque essere sospesi se, ex post, l’amministrazione concedente valuta che l’efficacia sia stata inferiore agli obiettivi.
Oltre alle 43 norme già eliminate dal decreto sviluppo, si procederebbe con successivi regolamenti del governo anche con l’ausilio di un comitato tecnico. Ad ogni modo, lo schema di decreto alla voce «incentivi giustificati» esclude in modo netto dall’operazione di tagli e abrogazioni tutte le norme che prevedono incentivi finanziabili con fondi europei, diretti a compensare l’adempimento di obblighi di servizio pubblico, con particolare riferimento a istruzione e ricerca, sanità, assistenza sociale, trasporti. Salvi anche i contributi in conto interessi su investimenti già realizzati e quelli relativi a opere infrastrutturali già in fase di esecuzione. Possono, inoltre, essere esclusi incentivi per progetti di comune interesse europeo e per la promozione del patrimonio artistico, paesaggistico e ambientale.
Gli stanziamenti per gli incentivi giustificati finirebbero nel Fondo unico presso il ministero dello Sviluppo. Il piano potrebbe comunque avere anche effetti sugli incentivi delle amministrazioni locali, visto il comma in base al quale Comuni, Province, Città metropolitane e Regioni dovranno adeguarsi alle norme del decreto legge.

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