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Stm Missione Tamagnini Lo Stato riaccende i chip

Marcia indietro. Non solo il governo Renzi ha tolto Stm — cioè la StMicroelectronics quotata con questa sigla sulle Borse di Milano, Parigi e New York, acronimo ufficiale St Life Augmented — dalla lista delle privatizzazioni che fu del predecessore Enrico Letta, ma ora rafforza la presa, per non lasciare che a pesare di più siano i soci francesi. L’intenzione è farla crescere, magari — ma sono induzioni — incrementando la partecipazione e magari anche per acquisizioni, aumentando il capitale e aprendo a soci. Ciò che serve per rilanciare Stm come simbolo della tecnologia italiana nel mondo. 
È questo il senso della nomina, venerdì 13 giugno, di Maurizio Tamagnini alla presidenza, fino al 2017, del consiglio di sorveglianza dell’azienda. Che con 8,08 miliardi di dollari di giro d’affari 2013 (5,9 miliardi di euro, +3,2% sul 2012) è il maggior gruppo europeo nei semiconduttori e che — tanto per capirne il peso — fornisce all’iPad e all’iPhone il giroscopio, quello strumento che fa ruotare l’immagine a seconda che si tenga l’apparecchio orizzontale o verticale.
La scelta di Renzi
Tamagnini è l’amministratore delegato del Fondo strategico italiano (Fsi), il braccio operativo della finanza di Stato (è controllato dalla Cassa depositi e prestiti, che fa capo al Tesoro). Che ci fa in Stm? Sembra l’abbia voluto il premier Matteo Renzi in persona. Non tanto, o almeno non subito, per aprire al Fondo strategico il capitale di Stm (che oggi è per il 13,75% del Tesoro, in patto con lo Stato francese che ne detiene un altro 13,75%, attraverso il Fonds strategique d’investissements, l’equivalente transalpino di Fsi). Fsi, infatti, per statuto può entrare solo nelle aziende in equilibrio economico-finanziario e Stm non lo è. Ha perso mezzo miliardo di dollari l’anno scorso (1,15 miliardi nel 2012), con 741 milioni di debiti netti (quasi dimezzati rispetto agli 1,19 miliardi del 2012). È ritenuto, fra l’altro, un effetto dell’implosa joint venture con Ericsson (St Ericsson, appunto), che nacque nel 2009 per sviluppare gli «application processor» sui telefonini, ma ha avuto ricavi inferiori al previsto dopo che il cliente Nokia abbandonò il sistema Symbian, sul quale erano concentrati gli investimenti. Ora la società con Ericsson è in liquidazione e i conti di Stm sono attesi migliorare. Nel quarto trimestre 2013 l’azienda è tornata all’utile operativo e Fsi, forse, più avanti potrà entrare nell’azionariato, s’intende in collaborazione con il socio d’Oltralpe.
Presidente del consiglio di sorveglianza di Stm era prima un francese, Didier Lombard (ex France Telecom). Ora, per alternanza, Lombard è diventato vicepresidente e il timone passa all’Italia con Tamagnini. Che pare si sia prestato volentieri. Perché Stm è una grande azienda tecnologica, è italiana, impiega nel Paese circa 11 mila persone su 45 mila (con 800 assunzioni l’anno scorso), investe in ricerca in Italia (un centinaio di milioni l’ultimo anno). E ha avuto due amministratori delegati italiani, prima Pasquale Pistorio e ora Carlo Bozotti, che ne è anche presidente.
La valorizzazione
Malgrado tutta questa italianità, però, c’è chi nota che l’Italia non avrebbe finora esercitato, una vera guida attiva, per linee d’indirizzo. Si cerca ora di cambiare il quadro. Il governo, secondo fonti, intende rendere Stm centrale per l’economia nazionale e questo significa valorizzarla, sfruttando opportunità di crescita. Fra le opzioni ci può essere perciò, in via ipotetica, anche un aumento della quota di controllo, con i francesi: dall’attuale 27,5% (con il quale, attraverso Stm Holding, i due governi controllano la società, il resto 70% è sul mercato con le tre Borse) fino al 30%, soglia oltre la quale scatterebbe l’Opa (offerta pubblica d’acquisto).
Stm, è il ragionamento, fabbrica gli accelerometri per fare correre i videogiochi, studia le maglie intelligenti che leggono la pressione. Ha 12 siti produttivi, 9 mila persone in ricerca e sviluppo ed è uno dei pochi casi di joint venture fra due Paesi (Italia e Francia). Fa nanotecnologia con i wafer, le fette tecnologiche che contengono microcircuiti piccoli come il milionesimo di un capello e impiegati ovunque nella vita di tutti giorni: cellulari, tablet, auto, l’Internet delle cose, i «set top box» che decodificano il segnale digitale per la tivù.
Ha clienti come Nintendo, Apple, Fiat. In Borsa Italiana ha recuperato (a venerdì scorso, -1,5% negli ultimi 12 mesi, + 21% dal 3 gennaio). Il 15% dei ricavi dell’ultimo trimestre di quest’anno si attendono da prodotti che nel 2013 non esistevano e in testa c’è l’automobile.
Il 15 maggio l’azienda è stata presentata agli analisti a New York, il piano di crescita è nel mercato di massa. «La nostra strategia si basa su tre linee — dice Bozotti — . La prima è quello che noi chiamiamo mass market, cioè decine di migliaia di piccoli e medi clienti in tutto il mondo, che hanno forti potenzialità di crescita. La seconda è lo sviluppo di prodotti adeguato a trend in particolare sviluppo, come la riduzione delle emissioni di anidride carbonica, l’Internet delle cose e l’umanizzazione della tecnologia. La terza è focalizzarci sui prodotti dove siamo leader nel mondo come l’auto, dove siamo i numeri uno nel controllo motore. Vogliamo crescere più rapidamente del mercato servito».
Per dare una mano in Fsi, dal mese scorso è arrivata una donna, Barbara D’Andrea. Ex direttore finanziario in Illy, ex Nike e tesoreria Fiat, dovrà gestire le partecipazioni del Fondo. Sette, finora: Metroweb, Kedrion, la joint venture con il Kuwait, Ansaldo Energia, Valvitalia, Generali. Più Stm, forse.
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