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Stipendi d’oro ai manager Lo schiaffo della Svizzera

Magari un giorno si potrà scrivere che una pagina di storia del Vecchio Continente è stata cambiata da qualche saponetta non pagata. Thomas Minder fino a una decina d’anni fa era solo il titolare di un’impresa di cosmetici di Sciaffusa con 20 dipendenti e fornitore della compagnia Swissair. Questa nel 2001 fallì ma si scoprì che era stato premiato con un bonus di 12 milioni di franchi il suo ultimo amministratore, Mario Corti. Minder in compenso non si vide ripagate le sue forniture di articoli da toilette e da lì decise di buttarsi in politica. La parabola di Minder ha raggiunto ieri l’apice, quando il 68% dell’elettorato elvetico ha detto sì alla sua proposta di legge che introduce norme per limitare superstipendi per manager di multinazionali, banche e società quotate in Borsa. La Svizzera, terra di affari e denaro quant’altre mai, è la prima nazione a introdurre il tetto salariale per le élite finanziarie private, in un momento in cui in tutta Europa sale l’indignazione contro i «gatti grassi» (così nella Confederazione sono popolarmente chiamati i dirigenti superpagati). Il referendum di ieri, essendo di modifica costituzionale avrà effetto immediato e la dieta per i «gatti grassi» comincerà da gennaio 2014. In sostanza viene stabilito che gli stipendi dei vertici aziendali non potranno essere più decisi dai consigli di amministrazione ma dall’assemblea degli azionisti e verificati ogni anno in base ai risultati di bilancio. La battaglia vinta da Minder, parlamentare conservatore, ha dell’incredibile: il suo stesso partito, l’Udc, si era detto contrario alla proposta di legge così come quasi tutte le altre sigle rappresentate nel parlamento di Berna. Contro il «salary cap» si erano pronunciati anche Confindustria e il mondo bancario. «Quale manager verrà qui a giocarsi la faccia sapendo di essere pagato meno di altri suoi colleghi?», era stato il refrain in campagna elettorale da parte di chi temeva che la Svizzera sarebbe di colpo divenuta meno seducente per gli investitori di tutto il mondo. L’ex imprenditore di cosmetici di Sciaffusa ha invece tirato dritto per la sua strada e ieri ha raccolto i consensi maggiori proprio in alcune delle principali piazze d’affari del Paese: il 72% a Zurigo, il 70,7 a Lugano. Grazie all’epilogo del referendum Minder è già stato ribattezzato il Robin Hood dei piccoli azionisti e la sua vicenda viene accostata a quella italiana di Beppe Grillo (che ha fatto riferimento al caso svizzero nel suo comizio di chiusura della campagna elettorale a Roma). «La battaglia non è finita — ha però avvisato ieri Minder appena il risultato è apparso chiaro — adesso comincia quella in Parlamento sull’attuazione della legge». «La volontà del popolo va rispettata, anche se noi ci siamo dichiarati contrari» ha rassicurato dal canto suo il parlamentare liberale Fulvio Pelli. «Sarebbe un grande segnale all’opinione pubblica se banche e società tagliassero i compensi ai loro manager senza aspettare la legge» così si inserisce nel dibattito l’ex procuratore di Lugano ed esperto di finanza internazionale Paolo Bernasconi. Di sicuro il caso delle saponette e del superbonus all’amministratore di Swissair non è isolato.
La vela di Minder, in campagna elettorale, è stata sospinta anche dall’indignazione popolare per la storia dell’ex ad di Novartis Daniel Vasella, che è stato congedato dalla multinazionale del farmaco con una buonuscita record di ben 72 milioni di franchi, somma cui poi ha rinunciato viste le proteste.

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