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Stiglitz e la nuova dottrina sulle disuguaglianze

«Gli Stati Uniti sono tornati a crescere, ma la gente sta peggio anche se il Pil sale: il sogno americano ormai è un mito. Ci hanno detto per anni che non bisognava intervenire, altrimenti avremmo compromesso l’efficienza dell’economia, sarebbe calata la produttività. Adesso si vede che non era vero. Oggi tutti cominciano a preoccuparsi delle diseguaglianze, se non perché sono sensibili alle ragioni dell’equità, perché si stanno creando situazioni di grande tensione sociale: temono che la democrazia sia in pericolo». Chiamato dall’ambasciatore italiano Sebastiano Cardi — promotore dell’iniziativa insieme al direttore dell’Istituto di cultura di New York, Riccardo Viale — a discutere in un convegno internazionale al Palazzo di Vetro dell’Onu di quell’emergenza ormai planetaria che è l’aumento delle disparità dei redditi tra ricchi e poveri, il Nobel per l’Economia Joe Stiglitz assapora il gusto della rivincita: rivincita su quelli che per anni hanno liquidato i suoi documenti economici sulla questione e i suoi appelli alla lotta contro le diseguaglianze come la sfida tutta ideologica di un cattedratico geniale ma inguaribilmente radicale: «Adesso anche il Fondo monetario ha posto le diseguaglianze al centro della sua agenda. Ora i governi si accorgono che devono intervenire e si comincia a capire che quello di cercare di fissare alcune regole globali sul modo di trattare commercio, investimenti, attività finanziarie, non è un esercizio ozioso». «Uno sviluppo sostenibile non può essere raggiunto ignorando le disparità estreme» scandisce Stiglitz che si dice d’accordo con la sollecitazione di Cardi a inserire più compiutamente la riduzione delle diseguaglianze nei Millennium Development Goals: gli obiettivi di sviluppo, eliminazione della povertà e della fame – che gli Stati membri delle Nazioni Unite si sono dati nel 2000 con l’obiettivo (assai ambizioso) di raggiungerli nel 2015. Una strada tappezzata di fallimenti, quella di chi ha fin qui provato a correggere la situazione senza interventi decisi dei governi e delle istituzioni internazionali, ha detto a sua volta l’ex ministro (governo Monti) ed esponente del Partito democratico (oltre che dirigente del ministero dell’Economia ed ex di Bankitalia) Fabrizio Barca: «Nel giugno del 2010 il Consiglio europeo si dette l’obiettivo di ridurre entro tre anni la povertà, ma l’anno scorso l’area del disagio sociale nella Ue è salita da 114 a 123 milioni di cittadini»: un fallimento che testimonia della necessità di interventi molto più penetranti. Un intervento, quello di Barca, molto lodato da Stiglitz e apprezzato per i suoi toni barricaderi anche dal conduttore del dibattito, il docente della Columbia University Micheal Doyle. Viale ha spiegato in modo particolare che un intervento sui meccanismi redistributivi del reddito, oltre a disinnescare una mina sociale che rischia di mettere in pericolo la stabilità politica di molti Paesi, può dare un sostegno reale alle economie. Negli ultimi 30 anni, ha sottolineato Viale, abbiamo assistito a una straordinaria concentrazione della ricchezza non solo negli Stati Uniti o nella Ue, ma anche in Cina. Con conseguenze sociali devastanti e anche «effetti economici recessivi perché mentre i poveri spendono tutto, i ricchi risparmiano dal 15 al 25% del loro reddito».

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