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Sterlina, volatilità-shock sui primi risultati

Solo questa mattina, quando saranno ufficializzati i risultati del referendum britannico sulla permanenza nella Ue, si capirà se ha avuto ragione o clamorosamente torto chi in questi giorni ha scommesso forte sul «Bremain». Se a concretizzarsi, ossia la tanto temuta «Brexit», è logico aspettarsi che la recente fiammata registrata dalla sterlina si dissolva nel giro di poco. Altrimenti è probabile che il rafforzamento visto in questi ultimi giorni si possa consolidare ulteriormente.
Ieri, giorno del voto sulla permanenza nell’Ue, il mercato ha scommesso forte sulla vittoria del «Bremain». La riprova la si è avuta nella performance delle Borse continentali e soprattutto nelle quotazioni della sterlina. Ieri il pound ha messo a segno un netto rialzo rispetto al dollaro. Partita poco sopra 1,47, la valuta britannica ha registrato una fiammata nella seconda parte della mattinata superando la soglia di 1,49 dollari riportandosi sui massimi da metà dicembre nel cambio con il dollaro. Nel finale di seduta il cambio è tornato sui livelli di inizio seduta (poco sopra 1,47) a testimonianza di quando in questi giorni la sterlina sia in balìa della speculazione mordi e fuggi. Ma il dato più eclatante è avvenuto alla chiusura dei seggi: il dato che dava in vantaggio il Remain ha fatto scattare la valuta inglese a 1,50 sul dollaro, mentre quello della vittoria del «leave» a Sunderland ha fatto precipitare il pound a 1,44. Dinamica simile per l’euro, che ha sfondato quota 1,14 sul dollaro per poi ritracciare a 1,13.
La volatilità del cambio ha registrato oscillazioni vertiginose. L’indice che, sulla base delle quotazioni del mercato dei derivati, misura il costo che il mercato paga per proteggersi contro le oscillazioni della sterlina (pound/dollar overnight implied volatility) prima ha toccato un massimo storico al 119,7% poi è sceso bruscamente al 63 per cento.
A muovere il cambio è stato, come sempre, l’ennesimo sondaggio sulle opinioni di voto dei cittadini britannici. La rilevazione, realizzata online da Populus su un campione di 4700 persone tra il 21 e il 22 giugno ha dato un vantaggio del «Remain» sul «Leave» addirittura di 10 punti percentuali: 45 a 55 per cento.
Gli investitori sono tornati a riposizionarsi con decisione sulla sterlina da qualche giorno. In una settimana il rialzo del cambio con il dollaro è stato di oltre il 6 per cento. Triste dirlo ma l’evento che ha fatto risalire le quotazioni del «Bremain» è stato l’assassinio della parlamentare Labour e leader del fronte favorevole filo-Ue, Jo Cox, giovedì scorso. Nella convinzione che questo evento potesse influenzare l’elettorato a votare per la permanenza nell’Unione gli investitori hanno cinicamente puntato sulla sterlina e su tutte quelle classi di investimento considerate più rischiose e pertanto più vulnerabili in caso di Brexit. Tra queste c’è ad esempio la Borsa di Milano e in particolare le banche italiane. Le azioni dei nostri istituti di credito sono state bersagliate quando il trend dominante era quello dell’avversione al rischio per poi tornare ad essere fortemente gettonate quando i mercati sono tornati ad aver fiducia in un voto che confermasse lo status quo. Dai minimi del mese toccati giovedì scorso l’indice che misura le quotazioni delle banche italiane (Ftse Italia Banks) è risalito di ben 20 punti percentuali.

Andrea Franceschi

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