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Stephanie Kelton: ma Supermario sa spendere (come alla BCE)

La Banca centrale europea ha una capacità infinita di fornire supporto alle nazioni che ne hanno bisogno. Mario Draghi lo sa e alla guida del nuovo governo può usare tutta la spesa pubblica di cui ha bisogno per aiutare i lavoratori italiani. Dalla sua ha anche la teoria monetaria moderna (Mmt, Modern monetary theory) spiegata dall’economista americana che ne è la più nota divulgatrice, Stephanie Kelton, nel libro Il mito del deficit appena pubblicato in Italia da Fazi editore. Docente di Economia e politica pubblica alla Stony Brook university (New York) e consulente economico di Joe Biden e Bernie Sanders, Kelton ha spiegato a L’Economia come la Mmt fa ripensare in modo completamente diverso la risposta necessaria alle grandi crisi come quella causata dal Covid-19.

È vero che secondo la Mmt un governo può e deve stampare moneta liberamente per finanziare la spesa pubblica, senza preoccuparsi del volume dei debiti e deficit nè del rischio di default?

«No! Quella è una caricatura che mi fa rabbrividire. La teoria monetaria moderna esplora come funziona una moneta sovrana non convertibile in altre monete o in oro o in qualsiasi altro bene. Gli Stati uniti, la Gran Bretagna, il Giappone, l’Australia e il Canada sono Paesi con monete sovrane: i loro governi non resteranno mai senza soldi per finanziare la spesa pubblica».

Perché?

«Perché quando il governo e il Parlamento decidono di spendere una certa cifra per comprare qualcosa disponibile sul mercato, la banca centrale di quel Paese crea una riserva equivalente a quella cifra».

Non significa «stampare soldi»?

«No, perché l’immagine di stampare fisicamente soldi fa pensare all’iper inflazione della Repubblica di Weimar o dello Zimbabwe».

Proprio il riaccendersi dell’inflazione è uno dei rischi sottolineati dai critici dell’Mmt. L’ex consigliere del presidente Barack Obama Lawrence Summers, fra gli altri, ha messo in guardia sul rischio che il mega stimolo da 1.900 miliardi di dollari proposto dal nuovo presidente Joe Biden crei pressioni inflazionistiche pericolose per il valore del dollaro e la stabilità finanziaria. È una paura infondata?

«L’inflazione è davvero l’unico limite alla spesa pubblica. Finalmente il dibattito fra gli economisti e i politici si sta incentrando su questo tema. Ma il piano di spesa di Biden, come del resto quello del marzo 2020, non è uno stimolo. È solo il modo per rimpiazzare la perdita di reddito subita dai cittadini per colpa della pandemia: serve a permettere alla gente di continuare a pagare le bollette della luce e del gas, il cibo, le rate del mutuo, insomma tutte le spese normali. In altre parole è un piano per sopravvivere».

Secondo Summers è comunque troppo grande, sproporzionato rispetto alle perdite economiche potenziali dovute al Covid-19. Non è d’accordo?

«No. La stessa Federal reserve (banca centrale Usa) ha recentemente dichiarato di non essere preoccupata per i rischi di rialzo dell’inflazione. Inoltre Summers usa misure sbagliate. Il numero giusto a cui guardare sono i 10 milioni di posti di lavoro ancora mancanti. La disoccupazione è una scelta politica. Il governo può comprare anche i posti di lavoro: può sia crearli sia dare i sussidi ai disoccupati. Obama aveva sbagliato quando, pochi mesi dopo essere entrato alla Casa Bianca nel 2009, nel pieno della Grande Recessione, aveva annunciato in tv che non c’erano più soldi pubblici da spendere. E ora sarebbe molto grave non usare tutti i soldi possibili per fronteggiare la crisi».

Non importa quindi a quanto può arrivare il debito pubblico?

«No. Un Paese non va in crisi per il volume del suo debito pubblico se ha una moneta sovrana. I debiti sono un problema e causano crisi per i Paesi che hanno adottato l’euro e devono emettere titoli in una valuta che non possono controllare. Ricordo che nel 1995 l’Italia aveva un debito pubblico in lire pari al 120% del suo Prodotto interno lordo (Pil, il volume di tutte le merci e i servizi prodotto in un anno nel Paese) e non visse una crisi del debito; invece nel 2010-2011, con lo stesso 120% di rapporto fra debito e Pil, ma con i titoli del Tesoro in euro, scoppiò la crisi».

L’Italia ha fatto male allora a entrare nell’eurozona?

«Si può dire di sì, nel senso che il progetto dell’euro è molto fragile, come abbiamo scritto Randy Wray e io in un saggio del 2009. È un esperimento senza precedenti di divorzio della politica monetaria da quella fiscale. E molto costoso, come è apparso chiaro con la crisi finanziaria del 2008-2010».

Ma la generosa spesa pubblica italiana prima dell’euro corrispondeva a una grande burocrazia inefficiente e a un sistema di aziende statali o sussidiate dallo stato non competitive: la speranza era che l’euro avrebbe indotto tagli agli sprechi e investimenti nella crescita…

«Avere una moneta sovrana non significa avere una buona politica della spesa pubblica. La Mmt non è la panacea che risolve i problemi di una cattiva politica. I tagli alle tasse dell’amministrazione Trump, per esempio, sono stati un regalo ai ricchi e alle grandi imprese».

Ora il primo ministro italiano è l’ex governatore della Bce, Mario Draghi: che cosa può essergli utile, dell’esperienza alla Bce?

«Lo ricordo a una conferenza stampa in cui un giornalista gli chiese se era possibile che la Bce non avesse più soldi. Gli altri funzionari Bce vicini a lui si raggelarono. Lui invece si mise a ridere e disse: no, non saremo mai a corto di euro. Fu una riposta onesta, perché davvero la Bce ha una capacità infinita di fornire supporto alle nazioni che ne hanno bisogno. La Bce di Christine Lagarde lo sta facendo. Draghi ne è consapevole e, con le decisioni di spesa pubblica approvate dal Parlamento, può essere un fiero avvocato dei diritti dei lavoratori italiani».

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