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Stefano Beraldo

Se l’Italia è il Paese dei mille campanili, così dovrà essere Ovs. Presente ovunque, nei centri più esclusivi delle grandi città come nel paesino più piccolo. «Come fossimo un supermercato, la pompa della benzina, le Poste o la scuola — dice Stefano Beraldo, che di Ovs è amministratore delegato e anche azionista (il socio di riferimento è la Tip di Giovanni Tamburi) —. Eravamo partiti con questa strategia già prima della pandemia e ne siamo ancora più convinti adesso».

Tradotto in numeri significa che il gruppo, che è quotato in Borsa, ha in mente di continuare ad aprire negozi nonostante nella distribuzione molti li abbiano invece chiusi. «Già oggi ne abbiamo quasi 1.800, di cui un migliaio sono in franchising (i due/terzi in Italia). Abbiamo in programma di aprirne almeno altri 600 nel triennio, di cui 400 in Italia. Significa che daremo lavoro a circa 2mila persone, di cui 1.200/1.300 nel nostro Paese, e coinvolgendo un’imprenditoria che altrimenti uscirebbe dal ciclo produttivo. Lo facciamo perché è nostro interesse, c’è una evoluzione dei consumi che va seguita».

Il franchising pesa attualmente solo per il 15% sul fatturato del gruppo, il che significa che si tratta soprattutto di negozi piccoli, quelli cosiddetti «di prossimità», cioè sotto casa. Che, appunto, devono crescere di numero: «Noi ci concentriamo sulle grandi dimensioni e sulle grandi città, mentre localmente ci appoggeremo a piccoli imprenditori che conoscono la singole realtà molto meglio di come potremmo fare noi, offrendo loro i nostri prodotti, le nostre certificazioni, il nostro modo di fare impresa e innescando così un circolo virtuoso. Stiamo già fornendo tutti di iPad attraverso il quale i clienti possono scegliere nell’intera gamma della nostra offerta che per motivi di spazio non può essere fisicamente presente».Assemblea

La scorsa settimana l’assemblea del gruppo ha approvato l’esercizio chiuso al 31 gennaio 2021 e Beraldo ha sottolineato come la società, che è il primo gruppo della grande distribuzione italiana non alimentare, abbia manifestato la propria solidità nel passare attraverso le chiusure imposte dalla pandemia. Ma la ripresa c’è o no? Il commercio ha sofferto moltissimo per le chiusure del Covid… «… e come settore non ha ricevuto quasi niente, a differenza di altri — conclude la frase Beraldo — . Diciamo che la politica non è stata super equilibrata nel considerare le categorie. Se guardiamo i dati del 2020, a seconda dei punti di vista, nel commercio di abbigliamento abbiamo numeri che vanno dal grave (le circa 3.500 imprese chiuse secondo il ministero dello Sviluppo economico) al tragico (con le 55mila imprese su 300mila che non riapriranno segnalate da Confcommercio). Dall’altra parte, però, abbiamo i dati sulla liquidità e sul risparmio delle famiglie. Questa — dice l’amministratore delegato di Ovs — è una crisi in cui hanno sofferto i professionisti, le partite Iva, mentre si è mantenuto e risollevato il ceto medio, quello pubblico e anche delle imprese private sostenute dalla cassa integrazione». Cassa che però finisce. «Penso che le imprese che vogliono stare sul mercato licenzieranno pochissimo, magari faranno del ricambio, ma se guardiamo quello che sta succedendo, per esempio nella ristorazione, vediamo che a fronte di tante chiusure ci sono aperture, con format nuovi. Le persone hanno voglia di tornare fuori, di andare a mangiare al ristorante e di comprare ciò che non hanno potuto acquistare durante i lockdown. I numeri di maggio, in tutto il mondo, ci stanno dicendo che c’è una ripresa dei consumi, soprattutto di quelli che erano stati compressi. E come Ovs vogliamo coglierla ed esserne protagonisti. Anche perché in Italia siamo l’unica azienda di abbigliamento che, grazie alla sua capillarità, può essere davvero multicanale. Piuttosto — sottolinea —, si parla molto della generazione Zeta, ma il ceto medio sta più in quella dei Silver, aumenterà la quota di chi ha la pensione e ha una capacità di spesa media».Apertura

Non ci sono solo i negozi nella strategia di Ovs. L’altra «gamba» è data dall’apertura della propria piattaforma on line e dei negozi a marchi terzi poco distribuiti in Italia, fino alla scoperta di brand emergenti. «In passato abbiamo fatto collaborazioni o capsule, per esempio con Fiorucci. Oggi vogliamo proprio parlare con tutti, non vogliamo essere associati solo a un cliente che ha bisogno di un buon prezzo, e con la direzione creativa di Massimo Piombo ci stiamo aprendo moltissimo. La nostra offerta nell’uomo va dallo stesso Piombo a Grand & Hills, nella donna da Baby Angel a Tally Weijl e a settembre presenteremo Piombo donna e Stefanel, per i quali c’è grande attesa, Ancora, abbiamo Gap, un marchio molto riconosciuto ma che sta chiudendo i propri negozi, e un brand inatteso come Nina Kendosa, un grande talento, che trovi solo a Parigi o a Madrid. E, poi, Everlast; Shaka nella cosmetica. La scorsa settimana abbiamo lanciato Utopja e già il primo giorno sul web molti prodotti erano sold out (esauriti, ndr). Ovviamente — prosegue il ceo — questi inviti hanno una logica e non importa se hanno prezzi alti per la Ovs a cui siamo abituati a pensare, ciò che conta è che il marchio che proponiamo abbia il prezzo giusto».Trattative

Avete detto spesso che vi proponete come aggregatori. Nella vostra storia ci sono già diverse acquisizioni, all’inizio dell’anno avete preso Stefanel, siete da tempo in discussione con Conbipel, cos’altro? «Stefanel la vedremo a settembre in una quarantina di negozi più una decina di franchisee. Quanto ad altre trattative, stiamo parlando con più d’uno, ma non abbiamo ancora niente di concreto e di comunicabile e nulla di così vicino da considerare probabile. Su Conbipel abbiamo fatto offerte per una parte dei negozi, non più per tutta la rete. Questo è uno dei tanti casi di burocrazia che frena. Avevamo fatto un’offerta due anni fa, poi un anno fa, adesso il processo è ripartito per la terza volta, ma oggi siamo interessati solo a un certo numero di negozi non più a tutta l’azienda, perché nel frattempo abbiamo preso 18 punti vendita da Conad e li stiamo trasformano in Upim. Stiamo osservando molte cose — prosegue nel suo ragionamento Beraldo — non ci stiamo ponendo tema di comprare grandi aziende o un’azienda, ma di fare una valutazione attenta delle opportunità che ci sono riguardo a porzioni di reti. E stiamo facendo diverse “chiacchierate” con altri marchi o altri designer o imprenditori che hanno interessanti idee di prodotto o di format e per i quali possiamo fare da acceleratore».

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