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Stato-mafia, l’accusa di Napolitano “Colpivano D’Ambrosio per colpire me”

FIRENZE — Giorgio Napolitano torna ad accusare per le «insinuazioni», il gratuito «sospetto di interferenza», i «tentativi» di coinvolgere il Quirinale in una delle pagine più buie, quella della trattativa fra Stato e Mafia. E il presidente della Repubblica torna sulla vicenda delle intercettazioni con Nicola Mancino, inaugurando la scuola per magistrati di Scandicci, anche decidendo di rendere pubblico il drammatico carteggio con Loris D’Ambrosio, il consigliere giuridico del Colle ascoltato dai pm palermitani per le sue conversazioni con l’ex presidente del Senato, e scomparso il 26 luglio. «Cercano di colpire me per colpire lei, signor presidente» gli scriveva D’Ambrosio, rivendicando totale estraneità ad ogni tentativo di insabbiare le indagini: «Non ho fatto patti con il diavolo. Qualche politico e qualche giornalista è arrivato a inserirmi nella zona grigia di chi cerca di impedire che si raggiunga il terzo livello…
Tutto ciò è inaccettabilmente calunnioso». Una lettera piena di amarezza, ma anche di accuse alle indagini dei magistrati palermitani condotte «con un approccio disinvolto », che si concludeva con le dimissioni del consigliere. Dimissioni che Napolitano respinse. Con una lettera, resa pubblica anch’essa nel volume che raccoglie gli interventi di Napolitano sul tema giustizia, in cui si spiega che l’affetto e la stima non vengono «neppure sfiorati dai tentativi di colpire lei per colpire me».
Dietro la vicenda intercettazioni dunque, ribadisce il Quirinale, si è giocata una partita politicamente strumentalizzata. Una «decisione
obbligata» quella di impugnare le intercettazioni nei confronti del Capo dello Stato, ha ripetuto ieri a Scandicci davanti ai giovanissimi magistrati, presa «dopo che dalla procura di Palermo, e solo da essa, era stata data pubblica notizia di intercettazioni di mie conversazioni telefoniche». Napolitano accusa: si è tentato «da qualche parte di mescolare la mia iniziativa, di assoluta correttezza istituzionale, con il travagliato percorso delle indagini giudiziarie sulle ipotesi di trattativa Stato mafia negli anni Novanta ». Insinuazioni, del tutto gratuite, «smentite da tutti gli interessati». «Quel tentativo, condotto attraverso i canali di una informazione sensazionalistica e di qualche, marginale settore politico, è durato poco; ma ne è stata pesantemente investita un magistrato di straordinaria linearità e probità, D’Ambrosio». Il consigliere giuridico, in quella sua lettera di dimissioni, spiegava che c’erano contrasti nelle indagini sulla trattativa fra Palermo, Caltanissetta e Firenze. Che in tanti ne erano a conoscenza, ma che non si riusciva «a portare effettivo rimedio».
Ma il suo tentativo di stimolare un adeguato «coordinamento» fra le indagini ha innescato «un effetto perverso ». Letto come un modo per favorire l’uno o l’altro, come un modo «per impedire che escano dai cassetti procedimenti che toccano apparati istituzionali». Parole che il presidente Napolitano, nella lettera di risposta, giudica assolutamente obiettive, «puntuale è la sua denuncia dei comportamenti perversi e calunniosi — funzionali a un esercizio distorto del proprio ruolo — di quanti, magistrati giornalisti o politici, non esistano a prendere per bersaglio anche lei e me». E tuttavia, come ha spiegato ieri a Scandicci, il conflitto con la procura di Palermo «non offusca» in alcun modo l’apprezzamento espresso ai magistrati antimafia. Perché Napolitano considera «un imperativo e un dovere giungere alla autentica verità sulla strage di via D’Amelio».

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