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Stato La squadra dei 10 manager che devono fare grande Cassa

Se l’indice di movimento di un gruppo è la riorganizzazione del vertice, la Cassa depositi e prestiti sta cavalcando. L’ente di via Goito, tirato per le maniche in tutte le partite difficili per rimediare all’assenza di capitali privati (leggi: telefonia e acciaio, in questi giorni), pesa sempre di più nell’economia italiana e intorno ai due collaudati manager che lo guidano — l’amministratore delegato Giovanni Gorno Tempini e il presidente Franco Bassanini — si è costruita una nuova squadra per affrontare nuovi investimenti. Con i due capi, almeno 10 persone. 
Ci sono le quattro new entry della prima linea. Da ottobre, oltre al direttore generale Andrea Novelli — bocconiano di San Benedetto del Tronto, ex JP Morgan e Credit Suisse, ha sostituito Matteo Del Fante passato a Terna — è arrivata Simonetta Ialorni, direttore operativo: funzione che prima non c’era e ne accorpa altre due, risorse umane e organizzazione acquisti. Abruzzese di Ortona a Mare, laurea in Fisica all’Aquila, poi Sda Bocconi, è stata in Ibm e Pirelli. Viene da Unicredit, dov’era responsabile delle tecnologie e senior vice president . Scrive sul curriculum (in inglese): «Mio obiettivo è costruire un team eccezionale, comprendere i bisogni del business e ottenere che si facciano le cose ». E segna fra gli hobby «cucina, lettura, sport».
Con lei, hanno preso posto da un mese il direttore finanziario Fabrizio Palermo e il direttore degli affari legali Luigi Chessa. Il primo è un «McKinsey boy» che viene da Fincantieri e si formato in Morgan Stanley; il secondo era allo studio Gianni Origoni Grippo Cappelli e, prima, in Clifford Chance che sta seguendo molte partite delle privatizzazioni.
Le controllate
Ci sono, poi, altri quattro poltrone cruciali, ai vertici delle controllate: l’ex Merrill Lynch Maurizio Tamagnini, amministratore delegato del Fondo strategico; Alessandro Castellano, stessa carica in Sace (ex Capitalia e Deutsche Morgan Grenfell); Maurizio Prato, riconfermato presidente di Fintecna cui fa capo Fincantieri (e con lui, da aprile, il direttore generale Riccardo Taddei ); Vladimiro Ceci, altro acquisto da Unicredit: da settembre è presidente di Cdp Investimenti sgr, la holding di Cassa sotto la quale stanno i fondi immobiliari Fia ( social housing, le ex case popolari ) e Fiv (valorizzazione del patrimonio pubblico).
Più ellittici, nella galassia Cdp, i vertici dei due fondi di private equity dove Cassa ha quote di minoranza: Innocenzo Cipolletta (Fondo italiano d’investimento) e Renato Ravanelli (F2i). E sicuramente la nostra selezione non è esaustiva. Ma la cifra degli uomini (e donne) oggi al vertice della Cdp è comunque chiara: perlopiù sono giovani e vengono dalla finanza privata. Il motivo del loro inserimento è altrettanto evidente. Più ci sono cose da fare, più bisogna essere preparati, è il pensiero di Gorno Tempini e Bassanini. Serve una squadra efficiente, perché la macchina della finanza di Stato ha ormai numeri da record.
I numeri
L’attivo consolidato del gruppo Cdp al giugno scorso era di 344 miliardi di euro, il 16% in più rispetto a due anni fa. Per capirsi, è quasi il triplo di quanto valeva l’Iri nel 1983 (assumendo il valore annualizzato che calcolò per il Corriere Economia l’Università Bocconi, due anni fa: allora Cdp era «solo» il doppio). Dal dicembre scorso a giugno sono cresciuti sia la raccolta diretta (+ 11% a 295,2 miliardi) — composta per i tre quarti dal risparmio postale, in aumento a 244,7 miliardi — sia il patrimonio netto (+1% a 20,6 miliardi). Allo stesso modo sono aumentati i dipendenti del gruppo, ormai 572 (+8% in un anno). L’utile netto è calato di un terzo rispetto al giugno 2013, ma resta elevato: 981 milioni.
Il valore di bilancio delle partecipazioni societarie della capogruppo Cdp è salito a 32 miliardi, cioè due miliardi in più rispetto al dicembre 2012 (30,2 miliardi) e quasi il doppio rispetto a tre anni fa (19,6 a fine 2011). Quello delle partecipazioni in fondi comuni e veicoli d’investimento si è impennato a 942 milioni: il quintuplo di tre anni fa (185).
Si stima (non c’è il dato esatto) che siano ben più di 300 le aziende che hanno fra i soci la Cdp, direttamente o attraverso uno dei suoi fondi, imprese, veicoli. Erano 325 (valutazione per difetto) nell’analisi Bocconi del 2012, difficile che siano diminuite. Sono più di 250 le imprese al cui capitale Cassa partecipa attraverso la Simest; inoltre ci sono le sei società del Fondo strategico (e i patti societari con i fondi sovrani di Russia, Cina, Qatar, Kuwait); le 28 Pmi del Fondo italiano; le 12 di F2i; i 14 fondi anche stranieri, come Inframed e Marguerite, che a loro volta investono in imprese.
L’italiana Cdp ha in portafoglio il petrolio (Eni) e l’elettricità (Enel), i gasdotti (Snam, Tag) e i tralicci della luce (Terna), le reti in fibra ottica (Metroweb) e gli aeroporti (Milano, Napoli, Bologna), le turbine (Ansaldo Energia) e le marmellate (Rigoni di Asiago). Ha sostituito le banche e finanziato più di 100 mila Pmi, con un’erogato alle imprese che ormai supera gli storici prestiti agli enti pubblici (1,87 miliardi contro 1,73 nel semestre).
È in questo quadro che dovrà muoversi la «squadra Gtt», dall’acronimo con cui in via Goito c’è chi chiama Gorno Tempini. In vista dell’Expo, che Cassa sponsorizza. E cercando di tenere a bada quei crediti problematici che, quasi come nella finanza privata, la semestrale 2014 segnala in «lieve incremento».
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