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Stati Uniti, svolta storica per le nozze gay “Il matrimonio non è solo tra uomo e donna”

Le 10 di mattina sono passate da un minuto, l’urlo quasi precede la scritta “breaking news” della Cnn: il Defense of Marriage Act, la legge federale che sancisce il matrimonio solo come unione tra uomo e donna è incostituzionale. Fa caldo, dentro la sala buia dello Stonewall Inn al numero 53 di Christopher Street nel cuore del Village. Qui sono scoppiate le rivolte per i diritti degli omossessuali nella notte tra il 27 e il 28 giugno del 1969 (il destino nelle date), qui si sono dati appuntamento per aspettare insieme il Decision Day, il giorno in cui la storia può prendere un altro giro. Il raduno era per le 5 e 30 del pomeriggio: «Venite vestiti di rosso, se avremo vinto faremo festa, altrimenti piangeremo insieme». Hanno vinto e nessuno bada più all’orario dell’invito, sono già tutti qui.
Poco dopo un altro urlo, i giudici di Washington scelgono di non decidere sulla Proposition 8, la legge della California che mette al bando le unioni tra coppie dello stesso sesso. La Corte d’appello, a cui tocca ora legiferare, non perde tempo e stabilisce che entro 25 giorni il divieto sarà tolto. Portando a 13 gli stati dove il matrimonio gay è legale, coprendo così il 30% degli americani.
Fa caldo qui dentro, i vestiti si appiccano alla pelle, l’aria condizionata non aiuta, la porta non si può più chiudere: il fiume di gente si ingrossa sempre di più. Musica ad alto volume, risate. Alfred, è nato nelle Filippine ed è cresciuto a New York, è «molto cattolico» ma non condivide la posizione della Chiesa. Gli dicono che i vescovi di New York hanno appena attaccato la decisione della Corte Suprema. Il più duro di tutti è Timothy Dolan, titolare di San Patrick: «Questo è un giorno tragico per la nostra nazione. È una decisione sbagliata». Alfred sorride, bacia il suo compagno.
Tim fa l’artista e dalla sua galleria di Chelsea è venuto qui in bicicletta. Si asciuga la faccia lucida poi, senza riprendere fiato, ringrazia Obama: «È merito suo se siamo arrivati a questo, senza di lui non sarebbe stato possibile». Barack è stato il primo presidente a sostenere in pubblico e con forza la battaglia per i diritti. Lo fa in piena campagna elettorale in una storica intervista tv nel 2012 e adesso, è il più veloce di tutti a esultare per quella che è anche una sua vittoria. Va su Twitter usa l’hashtag “love is love”, che vale un discorso di mille parole. Poi arriva il comunicato ufficiale: «Siamo di fronte a uno storico passo avanti verso l’eguaglianza. Applaudo alla decisionedi abbattere il Defense of Marriage Act. È una vittoria per le coppie che hanno lottato a lungo per un trattamento equo di fronte alla legge. Siamo un popolo che dichiarò che tutti sono stati creati uguali».
Poco lontano da qui, sulla Fifth Avenue, fa festa anche Edith Windsor, la donna di 83 anni, che ha dato il via alla causa. Alla tv racconta: «Mi hanno fatto pagare la successione sui beni di mia moglie, se fosse stata un uomo invece sarebbe stato tutto gratis. Non è per i soldi, ma per il principio che mi sono imbufalita. E adesso voglio andare allo Stonewall». Dal bar parte un applauso. Abbracci e boccali di birra. La guardano raccontare la sua avventura e qualcuno piange. Carol, che fa la tecnicainformatica da Google, fa sì con la testa: «Anch’io ho avuto i suoi stessi problemi». Usa il passato perché adesso non dovrebbe averli più. La legge infatti sblocca qualcosa come 1100 benefit federali che adesso potranno andare anche alle coppie dello stesso sesso: tasse, pensioni, assicurazioni mediche e i diritti di proprietà sulle case o nelle attività commerciali.
«La gente ha capito, la gente è con noi», grida Tim. E i sondaggi degli ultimi mesi gli danno ragione. La maggioranza degli americani è a favore dei matrimoni omosessuali: «Il paese è cambiato, restano delle sacche ancora ostili ma la coscienza collettiva ormai è matura », spiega alNew York TimesChad H. Griffin, presidente di Human Rights Campaign. E infatti anche i Repubblicani arrivano divisi a questo appuntamento, in ordine sparso. E, doloroso paradosso per i falchi del partito, è proprio un giudice nominato da Ronald Reagan a spostare l’ago in favore del sì. Il voto di Anthony Kennedy è quello del 5 a 4: «Va abolita questa legge perché viola il Quinto emendamento», scrive nella sentenza. E si guadagna la riconoscenza dello Stonewall. Il sole scolora contro le finestre del locale, sta per iniziare quella che sarà una lunga notte. Aspettando la festa di domenica, quando ci sarà il Gay Pride: «Dopo tante ingiustizie, adesso ci godiamo la nostra libertà ».
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