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Statali, un aumento di 85 euro

Dopo sette anni di blocco degli stipendi, i 3,2 milioni di dipendenti statali (compresi quelli della scuola) vedranno crescere la propria busta paga. Governo e sindacati confederali dopo oltre sette ore di trattativa hanno raggiunto l’accordo sull’entità e sulle modalità dell’aumento di 85 euro medi mensili, proposto dall’esecutivo e, soprattutto, sul suo intreccio con il bonus fiscale di 80 euro.
Un problema che riguarda potenzialmente circa 800 mila lavoratori del pubblico impiego (250 mila solo nella scuola). L’accordo ha raggiunto un compromesso tra le istanze dei sindacati e quelle del governo. L’esecutivo si è impegnato a stanziare risorse tali (si parla di 5 miliardi di euro nell’arco del triennio 2016-2018) da «definire incrementi contrattuali in linea con quelli riconosciuti mediamente ai lavoratori privati e comunque non inferiori a 85 euro mensili medi». Non saranno dunque, 85 euro minimi come chiedevano Cgil, Cisl e Uil.

Dall’altro lato, si legge nell’accordo, esecutivo e sigle confederali si sono accordati nel garantire che gli aumenti «nel comune intento di ridurre la forbice retributiva, valorizzino prioritariamente i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica e il blocco della contrattazione» (quindi gli stipendi più bassi). E come diretta applicazione di questo principio, è stato messo nero su bianco l’impegno comune a «evitare eventuali penalizzazioni indirette, una volta verificate, prodotte dagli aumenti contrattuali sugli incrementi già determinati dall’art.1 del dl 24 aprile 2014 n.66», ossia il bonus di 80 euro.

La fumata bianca è arrivata a conclusione dell’incontro ristretto tra il ministro della pubblica amministrazione, Marianna Madia e i segretari di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Anna Maria Furlan e Carmelo Barbagallo. E con la conclusione di una vicenda tormentata che si trascinava da giugno 2015, il governo Renzi gioca in vista del referendum una carta che potrebbe rivelarsi decisiva (si veda ItaliaOggi del 26 ottobre)

Le tappe della vicenda. A dichiarare l’illegittimità del blocco della contrattazione nel pubblico impiego è stata la Corte costituzionale con la sentenza n. 178 del 24 giugno 2015 che ha riconosciuto l’illegittimità costituzionale del congelamento, ma non per il passato. Una soluzione, secondo alcuni, salomonica per evitare la voragine nei conti pubblici (stimata in 35 miliardi di euro) che si sarebbe aperta in caso di incostituzionalità con effetto retroattivo. Da quel momento si è avviata la marcia di lento avvicinamento all’accordo di ieri che è passata attraverso l’intesa di aprile sulla riduzione dei comparti della p.a. da 11 a 4: (funzioni centrali, funzioni locali, sanità e conoscenza, ossia istruzione, ricerca e scuola), fino alla data del 26 luglio, primo incontro tra Madia e sindacati con cui il governo si è impegnato ad avviare le trattative per il rinnovo del contratto entro settembre e alla stesura del Testo unico del pubblico impiego (per il quale scade a febbraio la delega prevista dalla legge 124/2015). Si è quindi arrivati al primo incontro tra governo e sindacati del 24 novembre 2016 in cui le tre sigle confederali hanno chiesto aumenti non inferiori a 85 euro mensili e l’inclusione del comparto della scuola nel perimetro dell’accordo.

Superati i provvedimenti unilaterali. Come chiesto dai sindacati, che auspicavano il superamento della legge Brunetta e in particolare delle disposizioni in materia di provvedimenti unilaterali (l’istituto secondo cui «al fine di assicurare la continuità e il migliore svolgimento della funzione pubblica, qualora non si raggiunga l’accordo per la stipulazione di un contratto collettivo integrativo, l’amministrazione interessata può provvedere, in via provvisoria, sulle materie oggetto del mancato accordo, fino alla successiva sottoscrizione»), l’accordo siglato ieri sancisce l’impegno da parte del governo a «rivedere gli ambiti di competenza, rispettivamente, della legge e della contrattazione, privilegiando la fonte contrattuale quale luogo naturale per la disciplina del rapporto di lavoro». A tal fine, l’esecutivo ha ufficialmente promesso di riformare l’articolo 40, comma 3-ter del dlgs 165/2001 in materia di provvedimento unilaterale, vincolando il ricorso all’istituto ai casi in cui «il perdurare dello stallo nelle trattative, per un periodo di tempo che sarà definito dai contratti collettivi, determini un pregiudizio economico all’azione amministrativa».

Premi legati alle presenze. Governo e sindacati si sono impegnati a «individuare, con cadenza periodica, criteri e indicatori al fine di misurare l’efficacia delle prestazioni delle amministrazioni e la loro produttività collettiva con misure contrattuali che incentivino più elevati tassi medi di presenza».

Francesco Cerisano

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