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Statali, addio agli scatti uguali per tutti

 

Forse si avvicina il momento dei (mini) aumenti per gli oltre 3 milioni di dipendenti della pubblica amministrazione. Ma, se così sarà, i contratti da discutere non saranno più undici, bensì cinque. È stato firmato nella notte l’accordo fra i sindacati e l’Aran, l’agenzia che rappresenta la pubblica amministrazione come datore di lavoro, per ridurre i comparti in cui sono organizzati i dipendenti pubblici. Dagli undici di adesso si passa a quattro, più uno piccolo ma di rilievo che si salva dalla riorganizzazione: la presidenza del consiglio. Cosa vuol dire? Non ci saranno più undici contratti diversi ma cinque, non ci saranno più undici tavoli per discuterne ma cinque. Non ci saranno più undici delegazioni sindacali da convocare ogni volta ma cinque. Da questo punto di vista l’accordo di ieri è un altro colpetto ai sindacati, che d’ora in avanti avranno meno tavoli ai quali sedersi per discutere di regole e stipendi. Anche per questo l’accordo dà 30 giorni di tempo alle organizzazioni dei lavoratori per redistribuire le deleghe, cioé il potere di firma al tavolo della trattativa, con eventuali fusioni e accorpamenti.

Il ministro della Pubblica amministrazione Marianna Madia parla di un sistema «più semplice e innovativo». La sanità e gli enti locali restano due comparti a sé, come è già adesso. In quello delle «funzioni centrali» si fondono i ministeri, gli enti pubblici non economici, come l’Inps, e anche le agenzie fiscali, che pure avevano rivendicato il mantenimento di un comparto separato facendone una questione di sopravvivenza, e infatti protestano. Quello dell’istruzione mette insieme scuola, ricerca, università, accademie e conservatori. La presidenza del consiglio non entra in nessuna delle nuove quattro aree, che come numero ma non come perimetro erano state fissate nel 2009 da un decreto dell’allora ministro Renato Brunetta. Per questo Palazzo Chigi resta di fatto un comparto separato, come confermano all’Aran.

Cosa succederà adesso? Cgil, Cisl e Uil dicono che il governo «non ha più alibi»: deve aprire «subito» le trattative per il rinnovo del contratto, visto che il blocco è stato bocciato da una sentenza della Corte costituzionale di quasi un anno fa, e trovare risorse aggiuntive. Al momento sul piatto ci sono i 300 milioni di euro previsti dalla Legge di Stabilità. Una dote che, secondo gli stessi sindacati, porterebbe ad un aumento di appena otto euro al mese. Il governo ha già detto che non seguirà il metodo dei polli di Trilussa,cioè aumenti uguali per tutti, ma che terrà conto sia delle fasce di reddito sia della produttività. Il percorso, però, è ancora lungo. Entro un paio di settimane i sindacati saranno convocati al ministero. Ma quella non sarà l’apertura formale della trattativa. Il ministro Madia sarebbe intenzionato ad ascoltare le loro richieste e osservazioni sia sul rinnovo del contratto sia sul testo unico del pubblico impiego, uno dei decreti attuativi della riforma approvata l’estate scorsa. Poi si vedrà.

Lorenzo Salvia

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