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Startup Ciao zio Sam, adesso tocca all’Europa

Quanto vale la startup europea più promettente? Un terzo meno di quanto valgono le sue colleghe americane e cinesi. La britannica King a marzo è entrata in Borsa con la valutazione di 7 miliardi di dollari: un buon risultato ma lontano dalle cifre sfoggiate dall’americana Dropbox e dalla cinese Xiaomi, che pesano 10 miliardi di dollari ciascuna e sono ai primi posti nella classifica delle startup mondiali. Nel futuro prossimo, però, la situazione potrebbe cambiare. A penalizzare le startup europee finora c’è stata anche una minore disponibilità di fondi. Ma negli ultimi anni anche in Europa si è iniziato ad investire nelle imprese innovative, e a tutto tondo: è aumentato il numero degli investimenti ed è cresciuto il valore medio dei fondi sbloccati. Anche se siamo ancora lontani dai ritmi della Silicon Valley, anno dopo anno il divario inizia a restringersi.
Il punto
Il punto della situazione lo ha fatto la testata online TechCrunch, basandosi sui dati raccolti dal sito specializzato in investimenti BrightSun tra il 2009 e l’agosto 2014 e riassumendo in pochi dati le principali differenze tra Usa ed Europa. Il numero totale degli investimenti, per cominciare, oltre oceano è il doppio: in Usa in cinque anni ci sono stati 6.760 investimenti e nella Ue 2.537.
Il valore medio nella fase seed (la prima fase di finanziamento di una startup, quando si prova a capire se da un’idea può nascere una futura impresa) negli Usa è di 500 mila dollari e in Europa di 150 mila. Pure il valore degli investimenti dalla fase seed al primo round cambia molto: le startup a stelle e strisce possono contare in media su 5 milioni di dollari, quelle nostrane su 3,75. Nella Silicon Valley e dintorni sono però più lenti. Tra la fase seed ed il primo round le imprese in media attendono 300 giorni, da noi invece 205. Ma poi tra il primo ed il secondo round la situazione si capovolge: le nostre devono aspettare 486 giorni, le americane 375.
Poi c’è la questione della sopravvivenza. I dati dimostrano che non è vero, come vuole il luogo comune, che il 99% delle startup fallisce. Ma la mortalità è altissima: in Usa solo il 12% delle startup riesce a sopravvivere dalla fase seed al primo round di finanziamenti, mentre in Ue la percentuale scende al 6%. Di queste solo il 23% delle europee riesce ad arrivare al secondo round, contro il 33% delle americane. Però, scorporando i dati, si scopre appunto che negli ultimi anni qualcosa in Europa si sta muovendo. Il numero di finanziamenti, per esempio, è salito del 600% dal 2009 al 2013 contro un più risicato +85% negli Usa. Il valore medio del primo round di finanziamenti dal 2009 al 2013 negli Usa è cresciuto del 28%, nella Ue del 73%. Nei primi otto mesi del 2014, poi, il valore medio della fase seed in Ue salito a 300mila dollari, raddoppiando rispetto ai 150mila dell’anno precedente.
Il trend
Un trend che, secondo le previsioni degli analisti, non dovrebbe interrompersi. La Silicon Valley europea, ad oggi, ha le sue teste di ponte a Londra e Berlino ma le imprese più promettenti arrivano anche da altri paesi. Oltre alla britannica King (che si occupa di social gaming) e alla tedesca Zalando (portale di e-commerce) ci sono la francese Blablacar (sito per i passaggi in auto), le svedesi Spotify (servizio di streaming musicale) e Klarna (società che si occupa di transizioni online), la finlandese Supercell (impresa di creazione di videogiochi). Tutte fondate negli ultimi dieci anni e oggi valutate da un massimo di 7 miliardi di dollari ad un minimo di 770 milioni. E tutte intenzionate ad espandersi su scala mondiale.
Negli ultimi anni, inoltre, sono state lanciate diverse società dedicate agli investimenti fuori dagli Usa. Atomico, per esempio, è partita nel 2006 con focus globale ma negli ultimi tempi si è dedicata alla ricerca di startup promettenti in Europa. Anche l’americana Sequoia, uno dei grossi nomi del settore, ha iniziato ad investire fuori dagli Usa e l’anno scorso ha finanziato 6Wunderkinder, una startup tedesca, con un fondo da 19 milioni di dollari dedicato proprio all’espansione mondiale della società. Highland Capital Partners Europa invece è attivo dal 1988 ed è da sempre una sorta di osservatorio tramite il quale le grosse imprese americane studiano i potenziali colossi europei del futuro. Poi ci sono aziende miste (come la White Star Capital che opera sia negli Usa sia in Europa) e quelle solo europee, come la londinese Passion Capital e la berlinese Point Nine Capital. Che l’Europa sia un terreno promettente gli investitori lo hanno già capito.
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