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Stangata sui prestiti alle imprese

Dietro front sull’imposta sostitutiva per i finanziamenti delle banche alle imprese, destinati a sostituire precedenti passività: se una banca concede a un’impresa un finanziamento a lungo termine per estinguere passività a breve termine, non si può applicare l’imposta sostitutiva dello 0,25% (prevista dal Dpr 610/1973), ma si devono applicare le imposte ordinariamente dovute per il rilascio di garanzie e, in particolare, l’imposta ipotecaria con l’aliquota del 2%, da calcolare sul valore ipotecato.
È quanto stabilito dalla Cassazione nella sentenza n. 695 del 16 gennaio 2015. Nel caso specifico, si tratta di un vero e proprio salasso: il mutuo era di oltre 600 milioni, l’ipoteca di oltre 1,2 miliardi; l’imposta sostitutiva che il contribuente pretendeva di pagare era di circa 1,5 milioni; dalla sentenza di Cassazione deriva una “stangata” di 30milioni.
Torna così in alto mare la questione dell’applicazione dell’imposta sostitutiva dello 0,25% ai finanziamenti concessi dalle banche alle imprese per sostituire finanziamenti di breve termine con finanziamenti di lungo termine. La questione era sorta in passato perché la Cassazione (nella sentenza 5 maggio 2009, n. 5270) aveva affermato che lo scopo precipuo dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti doveva essere quello di «incentivare investimenti produttivi capaci di creare nuova ricchezza»; interpretando così la legge, si impediva di porre in essere, in sostanza, una classica strutturazione finanziaria delle operazioni di leveraged buy out, vale a dire l’erogazione di un finanziamento temporaneo (detto in gergo finanziamento bridge) per pagare lo share deal e la sua sostituzione con un finanziamento senior (e cioè a lungo termine) una volta che le quote della società target siano acquisite (e una volta che, come spesso accade, la target sia poi incorporata dalla parent company, potendo questa con ciò offrire in garanzia alle banche gli asset della target stessa). Si impediva, inoltre, a prescindere dalle operazioni di acquisizione, di rifinanziare aziende in crisi.
Questa strana posizione della Cassazione appariva ingiustificata per almeno due motivi: da un lato, perché la legge non offre il minimo indizio per doversi collegare l’imposta sostitutiva alla destinazione “produttiva” del finanziamento (invero, dal Dpr 601/1973 appare che unico presupposto dell’imposta sostitutiva sia la durata a medio/lungo termine del mutuo); d’altro lato perché ci vuole un notevole sforzo per giungere a qualificare come operazione «non produttiva» quella di sostituzione dei debiti a breve con strutture finanziarie che consentono all’impresa di non avere il respiro corto, di poter compiere investimenti e quindi politiche durevoli di medio/lungo periodo. Infatti, nella chiusura di un bridge con un finanziamento di lungo termine vi è nuova moneta sul tavolo, e cioè la sostituzione di un prestito “semplicemente” finalizzato alla realizzazione di una acquisizione con una struttura finanziaria focalizzata al pluriennale esercizio dell’attività d’impresa. Tutto si può dire, meno che il senior non sia un finanziamento destinato a «investimenti produttivi».
Ebbene, questi motivi di contestazione della tesi della Cassazione erano talmente forti che la stessa agenzia delle Entrate è intervenuta (con la risposta all’interrogazione parlamentare del 6 aprile 2011, n. 5-04536; e specialmente con la risoluzione n. 121 del 13 dicembre 2011) per smentire la Cassazione e ritenere l’imposta sostitutiva applicabile anche per i finanziamenti erogati per estinguere precedenti indebitamenti. Secondo le Entrate, la ratio dell’imposta sostitutiva sui finanziamenti risiede nell’esigenza di favorire l’accesso al credito e di incrementare la possibilità di attingere a nuove risorse finanziarie; in definitiva, quindi, se vi è erogazione di “nuova finanza”, il suo utilizzo non assume alcun valore dirimente ai fini dell’applicazione dell’imposta sostitutiva.
Ora, dunque, la Cassazione non dà conto di tutto questo dibattito né della posizione delle Entrate; richiama il suo precedente e ribadisce imperterrita che il fulcro della questione è il concetto di “finanziamento per investimenti produttivi”. Chi volesse sostituire vecchi debiti con nuovi debiti (operazione non infrequente in questo periodo di crisi) è avvertito: meglio tenersi alla larga dalle garanzie che scontano imposte proporzionali.

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