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Stampanti e dispositivi hi-tech programmati per rompersi, in Francia parte una maxi-denuncia penale alla procura

Ammettiamolo: chi non ha mai avuto il sospetto che il proprio telefonino, il computer, la stampante e tutte le altre «protesi elettroniche», per usare una definizione ormai corrente nel linguaggio dell’economia digitale, non sia stato programmato per non durare più di un certo periodo, rompersi dopo un certo numero di telefonate, di downloading, di fogli di carta stampati? Insomma, born to break.

Ora, in Francia, il sospetto si è concretizzato anche giuridicamente e ha preso la forma di una dettagliatissima e documentatissima denuncia penale presentata alla Procura della Repubblica di Nanterre dall’avvocato Emile Meunier, consulente legale di una associazione nata a Parigi un paio d’anni fa e che ha come obiettivo quello di lottare contro la cosiddetta obsolescenza programmata dei prodotti, il prêt-à-jeter (pronti per essere buttati via), che è il divertente (e probabilmente molto vero) slogan della ong Hop, Halte à l’obsolescence programmée.

Sotto accusa i principali produttori di stampanti con sedi e filiali in Francia: Canon, Brother, HP e «en particulier», fa notare l’avvocato, la Epson, il colosso giapponese (ex Seiko) leader mondiale del settore con oltre 20 miliardi di euro di fatturato.

La denuncia, che si basa su una serie di expertise condotte da esperti di informatica, tecnici e programmatori, per conto dell’associazione Hop, parla chiaramente di «tromperie et obsolescence programmée» che qui è un vero e proprio reato previsto dalla recente legge (del 2015) sulla transizione energetica (voluta con forza dall’ex ministra dell’ambiente Ségolène Royal, la stessa norma che prima o poi metterà fuorilegge tutte le auto diesel) che prevede una multa di 300 mila euro, una contravvenzione pari al 5% del fatturato e, alla fine, anche due anni di carcere per i responsabili aziendali del prodotto incriminato.

«Abbiamo cominciato con le stampanti perché è stato più semplice dimostrare l’alterazione produttiva, poi passeremo ai prodotti più sofisticati come i telefonini», annunciano i due fondatori di Hop, Laetitia Vasseur e Samuel Sauvage, lei sociologa, lui economista con laurea a SciencePo e autori di un libro-manifesto, Du jetable au durable, uscito l’anno scorso dall’editore Gallimard.

Nella denuncia alla Procura di Nanterre, tanto per non farsi mancare niente, i due rappresentanti dell’associazione (che ha lanciato contemporaneamente una raccolta di firme online già arrivata a quota 4 mila), parlano anche di «pratiques illégales entre fabricants d’imprimantes», pratiche e accordi segreti tra aziende produttrici di stampanti per eludere la concorrenza soprattutto nel segmento delle cartucce d’inchiostro che rappresentano, pensate, più del 20% del loro fatturato.

In effetti, le cartucce costano uno sproposito rispetto al costo di una stampante: una ricarica completa (cinque caricatori di vari colori) per una piccola Canon Mg5650 come quella che utilizzo personalmente per il mio lavoro giornalistico (una macchinetta che Fnac e Darty vendono a 99 euro) può arrivare fino a 54 euro a confezione.

«Ci sono più di due milioni di francesi che hanno una stampantina a casa: provate a moltiplicare due milioni per un costo medio di 40/50 euro», dice l’avvocato di Hop.
Una tabella preparata dall’associazione, sulla base di dati ufficiali rilevati da varie fonti statistiche come Agreste, l’istituto del ministero dell’agricoltura, e allegata alla denuncia, dimostra che un litro di inchiostro per stampanti costa 2.062 euro, il doppio di un litro di profumo Chanel n.5, cento volte di più di un litro di Bordeaux e 2 mila volte un litro di benzina senza piombo.

Ecco come si spiegano i margini dei costruttori di stampanti che, esattamente come Apple, creano sistemi chiusi per evitare che si utilizzino cartucce «unbranded». Pratica sconfessata, solo pochi mesi fa, nel maggio scorso, da una sentenza della Corte Suprema americana nella causa intentata contro la Lexmark (che, infatti, sta cambiando sistema).

Certo la giurisprudenza americana non vale in Francia. Ma l’avvocato di Hop ha pensato bene di ricordarla ai magistrati della Procura di Nanterre.

Giuseppe Corsentino

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