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Stabilità, impatto per 1,6 miliardi

Un aumento dell’indebitamento netto all’1,8% del Pil nel 2017 (rispetto all’1,4% tendenziale) verrebbe accolto dalla Commissione europea a patto che sia rispettato con rigore. E siccome nelle ultime previsioni di primavera l’asticella del disavanzo, secondo Bruxelles, si fermerà su un più probabile 1,9%, occorrerà mettere in conto nella manovra di autunno un possibile addendum da 1,6 miliardi.
Parte da qui la lunga strada che porterà il Governo Renzi al varo della sua terza legge di Bilancio (da quest’anno si chiamerà così, non più legge di Stabilità). Un percorso almeno sulla carta facilitato da un verdetto – lo leggeremo per intero solo domani – che sembra promettere un via libera quasi integrale sulle vecchie clausole di flessibilità richieste per il 2016. E da una concessione: nonostante la traiettoria del debito/Pil continui a non convincere (per l’Ue quest’anno confermeremo il 132,7% e non scenderemo al pronosticato 132,4% del Governo) verranno accolti i «fattori rilevanti» indicati dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan e, dunque, non verrà aperta una procedura.
Ma se il percorso non incontra ostacoli seri sul nascere, questo non significa che sarà una passeggiata portarlo a termine. Il deficit/Pil programmato per l’anno venturo (e accettato dalla commissione) è 1,8% contro un tendenziale di 1,4%. Il governo aveva programmato di usare questo 0,4% di deficit aggiuntivo(pari a 6,4 miliardi) per disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva contenute nella Stabilità dello scorso anno. Per il solo 2017 quelle clausole riguardano aumenti di aliquote Iva dal 10 al 13 per cento (6,957 miliardi) e dal 22 al 24 per cento (8,176 miliardi) che sommati ai precedenti comporterebbero un aumento di gettito per 15,133 miliardi. Stiamo parlando dello 0,9% del Pil. Il governo prevedeva nel Def di coprire questo 0,9% per 0,4% con il deficit aggiuntivo e per 0,5% con una manovra correttiva (pari a 8 miliardi). L’impianto resta anche se la Commissione aggiunge che solo metà del deficit aggiuntivo potrà essere usato per sminare l’aumento dell’Iva. Crescerà la manovra per coprire l’Iva, da 0,5% a 0,7% (da 8 a 11,2 miliardi) ma sarà una partita di giro nel bilancio dello Stato, visto che quello 0,2% potrà essere usato altrove.
Ma se l’impatto del verdetto Ue sarà limitato a 1,6 miliardi, restano le partite della spesa che hanno già cominciato a prendere impegni di un certo valore. Il primo capitolo è quello previdenziale. L’Ape, ovvero l’anticipo con penalizzazioni graduate per chi vuole pensionarsi prima dei requisiti di vecchiaia partendo dai nati tra il ’51 e il ’53 costerebbe almeno 1 miliardo in termini di maggiore spesa corrente. Ma proprio in questi giorni sembrano prendere forma altri impegni di spesa sul fronte del welfare per la famiglia (dal raddoppio del bonus bebè alle altre “ipotesi alternative”). Per non parlare dell’ipotesi, che resta in campo, di un ulteriore passo in termini di decontribuzione per alleggerire il cuneo sul costo del lavoro in vista del nuovo modello contrattuale.
Il fisco resta il nodo più complesso da sciogliere. Lo stesso taglio dell’Ires dal 27,5 al 24%, per altro già finanziato per circa 3 miliardi dall’ultima legge di Stabilità, è puntualmente messo in discussione e in ballottaggio con un anticipo della riduzione dell’Irpef. Occorre ricordare infatti che il taglio dell’imposta sulle persone fisiche è stato previsto inizialmente per il 2018 ma, come ha ribadito recentemente lo stesso presidente del Consiglio, è già ora allo studio anche con una possibile riduzione anticipata delle aliquote. Difficile però poter ipotizzare che i circa 3 miliardi di euro stanziati per l’Ires possano essere sufficienti per una riduzione del prelievo realmente percepibile da famiglie e pensionati.
Rinforzare la dote con una voluntary disclosure bis non sarebbe comunque possibile: trattandosi di una posta “one off” tornerà utile soltanto per finanziare altre partite temporanee. Al di là delle coperture un maggior gettito una tantum non potrebbe essere contabilizzato a riduzione del disavanzo strutturale.
Il riordino delle tax expenditures al momento è stato indicato espressamente nel Def come contributo al disinnesco delle clausole di salvaguardia sull’Iva. Restano sempre sul tappeto tutti i dubbi di Palazzo Chigi sulla possibilità che un taglio di agevolazioni e sconti fiscali siano percepiti dai contribuenti come un aumento del prelievo fiscale.
Sul fisco, poi, ci sono altri due fronti che si sono aperti in questi mesi: l’abolizione degli studi di settore per professionisti e categorie per le quali lo strumento non è più idoneo a stimare compensi o ricavi. La misura proposta dallo stesso Esecutivo e già allo studio dei tecnici ha comunque bisogno di copertura; la definizione dell’autonoma organizzazione ai fini dell’esenzione Irap per professionisti e microimprese ormai non più rinviabile dopo le recenti sentenze della Cassazione a sezioni unite. Secondo alcune stime la misura potrebbe costare fino a 1 miliardo, al netto dei rimborsi per gli anni passati.
Tra i desiderata delle associazioni di categoria e su cui lo stesso Esecutivo non ha negato la possibilità di un intervento c’è poi l’introduzione di una flat tax per le imprese personali in contabilità semplificata: chi lascia gli utili in azienza potrà scontare un’imposta proporzionale pari all’Ires (al 24% se sarà confermato il taglio) in luogo dell’Irpef.

Davide Colombo
Marco Mobili

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